Raggiungeremo la capitale più a nord del mondo.
Le pecore sono il doppio delle persone. L’acqua è così pura che si può consumare senza trattamenti.
Ci sono più cellulari che persone.
Non ci sono alberi autoctoni e, quelli che ci sono, sono stati piantati dai residenti.

 

Sembra ieri che abbiamo dato un nome al viaggio e adesso, ormai a casa, ci investono i ricordi dell’avventura…

Siamo partiti da Barcellona con l’entusiasmo dei bambini nella notte della Befana per attraversare l’Europa e raggiungere il porto di Hirtshals, in Danimarca, dove ci saremmo imbarcati per una navigata di 36 ore verso l’Islanda.

L’arrivo al porto di Seyðisfjörður è solo un assaggio di quello che ci aspetta sull’isola. Appena scesi dal traghetto, la temperatura ci dà il benvenuto con i suoi meravigliosi 5ºC. Giusto il tempo di riempire un po’ di scartoffie e ci mettiamo in marcia per percorrere l’isola nella direzione opposta a quella delle lancette dell’orologio.
Appena usciti dal villaggio, ci ritroviamo di fronte alla piccola cascata di Gufufoss, e subito abbiamo la sensazione che i paesaggi saranno una continua sorpresa…

L’Islanda è un parco di attrazioni naturali, tutto è superlativo, si passa in un batter d’occhio da un prato verde a un campo di lava, il paesaggio cambia da un chilometro all’altro, la Terra è viva ed è da qui che respira. Fiumi, montagne, valli, crepe, cascate, distese infinite di muschio, praterie di pietre…

Lasciamo la Nazionale 1 (c’è soltanto una strada asfaltata, le altre sono sterrate) e ci dirigiamo a Dettifoss, su una pista che ci ha insegnato quanto possa essere duro vivere qui. Il nostro baule destro non regge ai sobbalzi e così resterà lì, a fare da tomba ai troll.
Dopo aver risistemato i bagagli, legando lo zaino con le cinghie dal lato destro della moto, proseguiamo verso la cascata.
Quello non è un salto d’acqua qualsiasi, ogni secondo si riversa l’equivalente di uno stadio pieno d’acqua, che nel tempo ha formato un canyon di dimensioni straordinarie.

Continuiamo il percorso fino a Hverir, dove la montagna respira attraverso fumarole di vapore acqueo. Poco più a nord, riusciamo a fare un tuffo in acqua calda per compensare il freddo dei bagni nel lago Myvan.
Ad appena un paio di chilometri, incontriamo la grotta di Grjótagjá, il cui ingresso sembra piuttosto un insieme di massi disposti tipo Tetris e al cui interno si trovano acque termali naturali a circa 60ºC.

Stiamo percorrendo il nord dell’isola, si capisce dalle temperature basse, nonostante siamo quasi ad agosto, e dal fatto che sulla strada raramente incrociamo altri veicoli.
Continuiamo sulla la N1, fino a Godafoss, che segna uno spartiacque per la cultura islandese. Lì, nell’anno 1000, i vichinghi abbandonarono gli dei per la religione cristiana, lanciando le statuette nella cascata che abbiamo appena superato.
Ora il protagonista è il vento, in alcuni momenti ci spinge in altri ci frusta, ma dobbiamo arrivare a Hvitserkur, una rupe al lato della costa a forma di elefante con viste mozzafiato.

Il giorno più duro del viaggio è stato quello in cui abbiamo attraversato trasversalmente l’isola da nord a sud, sulla F35.
250 km di viaggio con viste indescrivibili, passando in mezzo a due ghiacciai, campi di terra vulcanica, praterie di muschio, qualche ruscello e le pecore, che camminano a tre a tre.
Percorrerla in due, su una moto carica, non è stato per niente facile. A 150 km abbiamo pensato di essere morti, a 180 abbiamo desiderato di essere morti, a 220 eravamo sicuri di essere morti e, quando siamo arrivati a Gullfoss, abbiamo capito che eravamo duri a morire.

 

A Montse si è rotto il quadrante dell’orologio, è saltato un bullone del cavalletto centrale, per le vibrazioni si sono scollegati i faston della presa dell’accendisigari, la seduta si è collegata al riscaldamento, il baule sinistro ha resistito stoicamente al sovrappeso dovuto all’assenza del destro, e credo ci abbiano riconosciuto una Parigi-Dakar. Questo è il resoconto del tragitto sulla F35.
Una delle cose più impressionanti del viaggio è vedere dal vivo il geyser di Geysir, che spruzza acqua a circa 50 metri di altezza ogni 8 minuti e dà il nome a tali fenomeni naturali in tutto il mondo.

Poi ci spostiamo più a sud dell’isola, e si percepisce subito dalla temperatura, che passa ai più piacevoli 14ºC. C’è anche più gente, trattandosi di una zona più turistica, vicina alla capitale e all’aeroporto.
La faglia continentale tra America ed Europa si mostra qui in maniera evidente: ci troviamo in uno dei pochi posti al mondo in cui è possibile vedere tale unione/separazione.

Senza spostarci dall’isola, siamo passati da un continente all’altro. Poi raggiungiamo Reykiavik, la capitale. Ci fermiamo ad assaggiare i migliori hot dog del mondo in un chiosco per strada. Ne approfittiamo per ammirare la Sólfar (nave del sole) e la cattedrale.
Non possiamo passare dalla Blue Lagoon senza fare il bagno nelle sue acque termali e indossare la famosa maschera al silicio. E farlo alle 23 lo rende ancora più magico.
Il panorama che si apprezza dalla costa sud dell’isola è caratterizzato da montagne verdi da un lato e spiagge di sabbia vulcanica dall’altro. Ciò arricchisce il percorso di viste strabilianti.

Abbiamo il massiccio sulla sinistra e di tanto in tanto, fra le creste delle cime, erompono le cascate. Ad esempio Seljalandsfoss, una di quelle cascate che si possono vedere da dietro.
È sorprendete come le cose siano tanto vicine, si può quasi toccare l’acqua cristallina senza scendere dalla moto.
In breve, giungiamo al vulcano Eyjafjallajökull, quello che nel 2010 aveva coperto i cieli d’Europa, bloccando il traffico aereo.
Senza uscire dalla N1, sulla sinistra incrociamo Skogafoss, una fra le cascate più grandi, larga 25 metri e con una caduta di 60 metri. Non diremo che è una vista da cartolina, perché, in realtà, in qualunque angolo dell’isola ci si soffermi, si possono scattare fotografie da catalogo, come l’istantanea che si apprezza salendo verso il cimitero del villaggio di Vik i Myrdal, con la chiesa e l’oceano che si stagliano sulla scogliera di basalto nero.

A scuola si studia la geologia, che cosa sono i vulcani, le faglie, i fiumi di lava, il fatto che la Terra sia viva… ma solo visitando quest’isola lo si può vivere in prima persona.

Il paesaggio cambia di nuovo, ora le colline verdi sulla sinistra si sono trasformate in una catena montuosa, che fa da diga naturale al terzo ghiacciaio più grande del mondo, una delle cui lingue si getta nel lago Jökulsárlón, formando iceberg che vanno a morire nell’oceano.
È un lago di 18kmq, di soli 80 anni. Ci sono autobus anfibi che ti portano dentro per andare a contemplare i banchi di ghiaccio danzanti, formatisi con l’acqua di oltre mille anni fa.
Manca l’ultimo pezzo di isola prima di arrivare al porto, e in questo versante la N 1 non è più asfaltata, ma diventa una pista ben compatta, che ci fa risalire su dei pendii fino a terre più a nord, senza smettere di regalarci piccole cadute d’acqua.

Arrivati ormai quasi a Seyðisfjörður, ritroviamo Gufufoss e questa volta facciamo una sosta come si deve presso la cascata che ci ha accolti all’inizio di questi sette intensi giorni di viaggio.
Risaliamo sul Nörrona, diretti alle Faroe e in seguito in Danimarca…
Non abbiamo sbagliato a chiamare questa avventura “Viaggio al centro della Terra”, perché, se davvero esistesse un luogo attraverso cui introdursi all’interno del nostro pianeta, senz’ombra di dubbio la grotta d’accesso sarebbe in Islanda.
Sintetizzare in poche righe un viaggio come questo è impossibile: ci sono sfumature, sensazioni, vissuti, sentimenti indescrivibili, che restano inespressi, lasciando una parte di Islanda dentro di noi e una parte di noi in Islanda.

Fate in modo che i vostri sogni non restino solo sogni.

 

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