Quando arrivo al confine con il Turkmenistan, un militare sorridente mi fa cenno di avvicinarmi. Fermo la moto, altri soldati si avvicinano e iniziano a parlare in una lingua remota, una specie di turco. Chiedo se parlano inglese, ma, ovviamente, la fortuna non ha intenzione di assistermi. Passiamo al linguaggio dei segni e alla fine capisco che devo parcheggiare, entrare nell’edificio e aspettare in coda.

Con mia grande sorpresa, le donne indossano abiti decisamente graziosi e ben fatti. Colori luminosi, motivi piacevoli, silhouette sagomate, cappelli coordinati! Dopo più di un mese in Iran, con le donne velate e i loro abiti ampi in tonalità e fantasie discrete, ricominciare a vedere i colori delle mise femminili è un gradito choc.

Il mio turno arriva dopo 20 minuti. Sorridendo, porgo i miei documenti. Mi rivolgono qualche occhiata strana e mi chiedono come sono arrivato fin lì. “In moto”, rispondo, ma nessuno capisce. Mostrando il casco, riesco infine a spiegarmi. Mi viene detto di andare in un altro edificio, molto probabilmente quello della dogana. Mi dirigo all’esterno, ma non ne trovo traccia.
Consapevole di apparire piuttosto stupido, disorientato e sudato per le temperature elevate, mi faccio aiutare da un militare che mi indica la giusta direzione.

Qualcuno che parla inglese, finalmente! Il funzionario della dogana è un gentile signore di mezza età, calvo e con una pancetta importante. Molto importante. Mi spiega che sono arrivato in una giornata no e che per ogni cosa ci vorrà più del previsto: ieri notte ha bevuto troppo e oggi ha dei postumi terribili. Lo guardo negli occhi e, con un cenno, esprimo tutta la mia solidarietà. Scoppiamo a ridere entrambi. Gli porgo i miei documenti e iniziamo le procedure di sdoganamento. Dopo un po’, mi spiega che devo andare in “banca” e pagare alcune tasse, l’assicurazione, la sanitizzazione e la registrazione della moto e altre simpatiche formalità. Ripasso dall’ingresso principale, saluto nuovamente il militare e busso alla porta della “banca”. Tutto tace. Trascorro 15 minuti in attesa e riprovo (invano) più volte. Il militare si avvicina e prova ad aiutarmi bussando ancora più forte alla porta. Dopo altri 30 minuti e 10 tentativi, nessun risultato. Alla fine, una donna viene ad aprire quella che chiamano “banca”, ma che sembra più una stanza per interrogatori: niente finestre, un tavolo, due sedie e alcune attrezzature da ufficio…

Con 80 dollari in meno, torno dall’agente e dal suo dopo-sbornia per compilare il resto dei documenti. Ora devo recuperare le firme di tre persone diverse. Ovviamente, ognuna di loro lavora in un altro edificio, a un altro piano e in un altro ufficio. E alla scrivania non trovo nessuno. Firme alla mano, passo alla sanitizzazione, ma anche qui non c’è nessuno. E siamo solo alla “sanitizzazione”… Un altro soldato mi fa segno di sbrigarmi a raggiungere il controllo bagagli. Apro la valigia e iniziano a chiedermi se ho con me un telefono satellitare, dei farmaci, delle sostanze stupefacenti, delle pistole, delle granate o dei droni. Riesco a capire la maggior parte delle parole e dei gesti, perciò rispondo cortesemente di no a ogni domanda. Con un’eccezione: quando compaiono treppiede e gorillapod, il mio ultimo no alla domanda “Droni?” inizia ad apparire incomprensibile e le cose si complicano. Con il dubbio che il gorillapod possa essere pericoloso (o, addirittura, un drone), partono alla ricerca di un’“esperta” di inglese che possa fungere da interprete. Mi chiede se ho delle “macchine volanti”. Cercando di trattenere le risate, rispondo che non sono Harry Potter e che non ho macchine volanti. Quello è un treppiede da fotocamera, non un cannone elettromagnetico. L’agente non coglie la battuta e prosegue imperterrita. Possibile che il regime e la censura abbiano qualcosa a che fare con le conoscenze mancate? Oppure, semplicemente, sono un pessimo comico?

Messo alla prova dal caldo dell’Iran e dalle temperature che ora si sono fatte ancora più alte, fino ad arrivare ai 40-45°C, decido di non fermarmi troppo a lungo e di procedere direttamente fino alla “Porta dell’inferno”, o Darvaza, un cratere situato nel bel mezzo del deserto del Karakum. Questo progetto sovietico fallito ha un non so che di esilarante.

Nel 1971, dei geologi sovietici stavano trivellando il terreno alla ricerca di petrolio o gas quando si imbatterono in una caverna piena di gas naturale. Il terreno al di sotto della piattaforma collassò dando vita a un cratere di 70 metri di diametro. Poiché si stava diffondendo del gas nocivo, decisero di innescare un incendio nella speranza che, dopo qualche settimana, smettesse di bruciare. Cinquant’anni dopo, non sembra aver intenzione di fermarsi!

Preparo l’accampamento, apro una bella birra bollente e ammiro il più grande falò della mia vita. La mattina dopo, mi aspettano 500 km di guida in un ambiente desolato: mi dirigo verso Nord ansioso di trovare climi più miti in Uzbekistan. Il Turkmenistan è una serie ininterrotta di nulla, sabbia, cammelli, deserto e calore.

Sfortunatamente, al mio arrivo a Khiva (Uzbekistan) vengo accolto da temperature ancora più elevate. Ciononostante, mi trovo in una delle città più belle e pittoresche della Via della Seta, tra le più incantevoli che io abbia mai visto! Il centro storico, ben conservato e recuperato tramite restauri, non è stato eccessivamente rovinato dal turismo di massa. Al suo interno, si ergono diversi minareti costruiti in varie epoche. Con i suoi 44 metri di altezza, Islam Khodja rappresenta il minareto (portato a termine) più alto di Khiva. Com’è bello camminare e perdersi tra le vie di questa città! Bukhara e Samarcanda, anche loro affascinanti centri della Via della Seta, sono le mie destinazioni successive. Purtroppo il caldo eccessivo (45°C ogni giorno) mi impedisce di fermarmi a lungo e decido di proseguire verso quote più elevate, alla disperata ricerca di un po’ di fresco in Kirghizistan.

 

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