Varcare il confine con il Pakistan dal passo Khunjerab è un’esperienza assurda e straordinaria. A circa 4.693 metri sul livello del mare, questo è il passo di montagna sorvegliato più alto al mondo.

Spettacolare e remoto, anche se freddo ed esposto alle intemperie, ci accoglie con il benvenuto più caloroso di sempre. In ogni angolo, si vedono persone che urlano e ballano, fotografi, bandiere, musica… Davvero incredibile! Siamo capitati nel bel mezzo di una protesta o processione?
Né l’uno né l’altro. A quanto pare, questa è l’ospitalità pakistana. Gli abitanti arrivano fino alla frontiera, a volte anche dopo un viaggio di alcuni giorni, per accogliere i turisti. Non male, vero? Semplicemente eccezionale, Pakistan Zindabad!

Finalmente raggiungiamo la strada del Karakorum, la via asfaltata più alta al mondo. I furgoni pakistani non cessano mai di essere una delizia per gli occhi. Completamente dipinti, sono resi unici da decorazioni e campanellini. Con una grande abbondanza di luci ausiliarie, clacson, specchietti e altri oggetti non meglio identificati in cotone, sembrano sempre appena lavati. Dei veri e propri capolavori.

L’Afghanistan dietro l’angolo

Una volta lasciati i bagagli a Sost, siamo pronti per qualche giorno di esplorazione delle vallate laterali.
A soli 30 km dall’Afghanistan, la remota valle di Chapursan nello Hunza superiore è la nostra prima meta. Alcuni la chiamano valle di Chapursan, altri di Chipursan o Chopurson. Non so quale sia il nome esatto, ma nemmeno i locali potranno esservi d’aiuto.

L’isolamento della valle fa sì che ogni paesino abbia la propria lingua. Anche se la maggior parte dei locali parla wakhi, gli abitanti di Raminji (soltanto 20 km più in là) hanno come lingua il burushaski e una fede religiosa differente, l’Islam ismailita. Popoli che abitano a 70 km di distanza, alle due estremità di questa valle così remota, parlano idiomi tanto diversi da non riuscire a comprendersi.

Man mano che ci avviciniamo al confine con l’Afghanistan, ho l’impressione di trovarmi in uno dei luoghi più sperduti che io abbia mai visitato. Non posso fare a meno di rimanere a bocca aperta di fronte alle altissime montagne che ci circondano, coperte di neve e ghiacciai, e a una valle piena di sorprese, abitanti amichevoli e culture differenti. Alla fine del percorso, ammiriamo un panorama costellato di vette anche oltre i 7.000 metri. Ora la frontiera afghana è a soli 30 km. Riusciamo a vedere i crinali di confine, ma ci sentiamo comunque assolutamente sicuri. Passiamo alla prossima vallata!

Una vita in tensione

Il ponte sospeso Hussaini in Pakistan ha la fama di essere uno dei “più pericolosi” al mondo. Estremamente lungo, è stato ricostruito più volte a causa di terremoti, lavori di costruzione di scarsa qualità e condizioni atmosferiche estreme. Attenzione a dove si mettono mani e piedi: in questo ponte pedonale non mancano aperture imprevedibili tra i rami e le assi di legno che (se ancora presenti) compongono questa passerella improvvisata. Ciò nonostante, questo è per molte persone il tragitto quotidiano per andare al lavoro.

Un’enorme cattedrale

Scendendo lungo la strada del Karakorum, superiamo i “coni di Passu” o “cresta della cattedrale di Passu”. Che meraviglia! Ripide montagne a forma di cono graffiano il cielo con le loro “dita”.
Questo non è però l’unico panorama sorprendente del Gilgit Baltistan (Pakistan del nord).
Il Gilgit-Baltistan vanta infatti alcune delle ascese alpinistiche più rischiose del pianeta. La regione ospita il K2, la seconda vetta più alta a livello globale, ed è qui che le catene montuose dell’Himalaya, del Karakorum e dell’Hindu Kush si incontrano. Tra i rilievi che le compongono, ci sono 5 dei 14 che superano gli 8.000 metri in tutto il mondo e oltre 100 vette più “modeste”, a 7.000 o più metri sul mare.

 

In soccorso dei nostri amici

Che avventura attraversare Shimshal, un’altra vallata laterale nascosta e incantevole!
Beh… più o meno.

Ci svegliamo presto per iniziare il nostro viaggio e arrivare a un checkpoint di polizia. Sul registro troviamo i nomi di Mark (@me_motorcycle_world) e Roxy (@rtw_roxy), con cui abbiamo attraversato il confine con la Cina: sono partiti un’oretta prima di noi, perciò probabilmente li incontreremo lungo la strada.

Nella valle, riceviamo un trattamento a base di ghiaia, viste spettacolari, rocce sparse, sabbia, attraversamenti di fiumi e ponti sospesi su canyon infidi e profondi. Giunti a un ampio guado, scorgiamo Mark, Roxy e la sua Honda Fireblade in un fiume. Cosa sta succedendo? Non penso proprio che la stiano lavando.

La risposta è semplice: la batteria della moto di Roxy si è scaricata a metà attraversamento e non c’è stato verso di tirarla fuori. Fermi a tenerla dritta già da un po’, i due sono contenti di vederci.
Li aiutiamo a estrarre la moto e a superare il fiume e, uno dopo l’altro, ci blocchiamo sulla ripida e scivolosa pietraia subito dopo. Diversi di noi cadono, ma fortunatamente (con l’aiuto di alcuni abitanti del luogo) riusciamo a spostarci su un terreno migliore.
Proseguiamo fino alla fine della vallata, ci concediamo un rapido spuntino e proviamo a riparare il guasto della moto di Roxy, probabilmente un regolatore rotto. Fortunatamente Laurin (@twomotorbikes.onedestination) ne ha uno di ricambio. Dopo averlo sistemato, avviamo la moto a spinta. Ecco fatto!

Sulla via del ritorno alla civiltà, Laurin buca (di nuovo) una gomma. Nessun problema, però: dopo qualche imprecazione e copiose quantità di sudore versato, siamo di nuovo in pista. Purtroppo Roxy non è altrettanto fortunata: la sua batteria non si carica più, perciò dobbiamo avviare la moto a spinta almeno 10 volte prima che ci abbandoni definitivamente. Al calar della notte, senza segnale e in un luogo abbastanza isolato, decidiamo di parcheggiare la Honda lungo lo stretto percorso e Daniel (@sdworldtour) dà a Roxy un passaggio verso casa. Ci mettiamo in viaggio in un buio pesto e affrontiamo gli ultimi 20 km a ridosso di un angusto dirupo lungo un fiume profondo.
Alle 23:30, finalmente, arriviamo a Passu. Che giornata, che serata, che avventura!

La “strada infernale” di Skardu

La strada che conduce a Skardu è piuttosto stretta e in pessime condizioni. Si estende per 190 km circa: una distanza facilmente percorribile in un giorno, ma dopo più di sei ore ne abbiamo fatti soltanto 50.
Svariati ingorghi dovuti alla strada impervia, a grossi camion che si incrociano, a lavori in corso e a rocce da far esplodere trasformano il tragitto in un inferno. È una giornata di caos dall’inizio alla fine: frenetica, penosamente lenta, stressante, con un caldo rovente e polveroso. Ovviamente, non senza complicazioni…

Superando un camion, mi imbatto in una buca più profonda del previsto. Il risultato? La ruota anteriore vola per aria, la borsa laterale colpisce il veicolo e io finisco quasi per schiantarmi contro a un albero. Fortunatamente, albero e camion sono illesi. Una cucitura della borsa si è strappata, ma non ci sono altri danni.

Dopo l’ultima esplosione con relativo sgombero della strada, un tizio ci invita a casa sua. Inizia a farsi tardi e il cielo è sempre più scuro, perciò accettiamo volentieri l’offerta. “Il mio paesino è soltanto a mezz’ora di strada, sulla montagna”, dice. Perfetto, no?

Cominciamo a salire lentamente lungo uno scosceso sentiero di montagna. Un ragazzo fa cadere la moto, io faccio cadere la moto, una ragazza fa cadere la moto e poi ancora e ancora. La strada è difficilissima; siamo stanchi, sporchi e affamati, e il divertimento è finito da un pezzo! Le nostre moto a pieno carico sono più grosse e pesanti dei loro 125 cc. Alla fine, parcheggiamo la moto di Sami all’angolo della strada e la ragazza salta su un 4X4 diretto al villaggio. Dopo circa un’ora di fatica arriviamo anche noi, in un buio pesto e completamente esausti. Dispiaciutissimo, il nostro ospite si scusa qualcosa come un centinaio di volte e si fa perdonare con una cena deliziosa e dei letti impeccabili. Domani dovremo tornare indietro, ma ci penseremo più tardi.

 

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