Stranieri

Passando attraverso il villaggio, siamo stati additati e osservati dall’intera comunità: galline, capre, asini, adulti e bambini.
Il motivo di tanto interesse era il fatto di essere stranieri, dalla pelle chiara, in sella a delle moto, oltre al nostro aspetto sporco e maleodorante.

Ridacchiavano, sorridevano e ci salutavano ogni 2 secondi, e non mi sento certo di biasimarli:
i villaggi montani del Pakistan sono selvaggi, difficili da raggiungere, incontaminati, estremamente ospitali e davvero affascinanti (soprattutto per noi). I bambini, e la maggior parte degli adulti, non avevano mai visto dei turisti dalla pelle chiara, per giunta alla guida di motociclette.

In poco tempo, l’intero villaggio si è riunito attorno alle nostre moto trasformandoci nell’attrazione del giorno, della settimana o forse addirittura del mese o dell’anno! Sorprendentemente, un bel gruppetto di loro parlava inglese ed è stato piacevole poter comunicare con loro; dopotutto l’inglese è la loro seconda lingua.

D’altro canto, però, il vocabolario dei bambini era piuttosto esiguo e si limitavano a ripetere “foto foto!”, “come ti chiami”, “sì, sì” e “cioccolato”, ma tutto questo era ben compensato dalla loro estrema curiosità. Erano molto interessati nel chiedere perché usassimo tutta quella strana attrezzatura e continuavano a toccarla e ispezionarla.

 

K2

Il motivo principale che ci ha spinto ad attraversare la regione dell’Hushe era quello di raggiungere un punto di osservazione da cui ammirare il K2, ma per gli abitanti locali, la vera attrazione eravamo noi. Essendo così vicini alla seconda montagna più alta del mondo (8.611 m), sarebbe stato un peccato non osservarla meglio, anche se a distanza.

Siamo partiti al mattino presto per raggiungere il punto di osservazione del K2 a circa 5.500 m. In un giorno solo, avremmo dovuto percorrere un dislivello di 2.200 m in salita e 2.200 m in discesa. Secondo gli abitanti del villaggio avremmo impiegato 6 ore per salire e 4 per scendere. Forse erano stime corrette per loro… ma non per noi!

Doveva esserci una specie di sentiero, ma a dire la verità non siamo riusciti a trovarlo. Un pastore ci ha consigliato di oltrepassare il fiume e salire seguendo un sentiero tratturale, mentre un altro ci ha detto di costeggiare il fiume e poi di salire praticamente verso il nulla.

Abbiamo optato per il primo itinerario, che si adattava anche meglio alla descrizione di ieri. Ma presto il tratturo è sparito trasformandosi in fitta boscaglia con vaghe e occasionali tracce di sentiero. Abbiamo continuato a guidare nella boscaglia fino a raggiungere un crinale, ma ci siamo bloccati a circa 4.400 metri di altitudine.

Alle 2 del pomeriggio, con ancora 1.100 metri di dislivello da percorrere, abbiamo realizzato che probabilmente avevamo preso il sentiero sbagliato, quindi abbiamo deciso di pranzare e goderci la vista. Ad ogni modo, non avremmo comunque potuto vedere il K2 poiché il cielo si stava annuvolando, quindi avevamo un’ottima scusa per tornare indietro.

 

 

Altopiano di Deosai e orsi

Dopo il nostro lungo e fallimentare viaggio verso il punto d’osservazione del K2, era giunto il momento di tornare alla civiltà. I bambini, soprattutto quelli in età scolare, sono venuti a salutarci e hanno controllato le nostre moto un’ultima volta prima della partenza. Prima di un lungo viaggio, è sempre consigliabile eseguire un controllo approfondito del mezzo e questi bambini hanno fatto un lavoro eccellente!

Sulla strada da Skardu a Deosai abbiamo potuto ammirare alcune viste spettacolari del sole che bucava le fitte nuvole montane.

Il parco nazionale di Deosai si trova a circa 4.120 m sul livello del mare e il suo altopiano è considerato il secondo per altitudine al mondo. In urdu, “Deosai” significa “Terra dei giganti”, ed è un nome estremamente appropriato considerando le montagne giganti che lo circondano. Fiumi e acquitrini dividono i prati rigogliosi di queste straordinarie pianure che ospitano molti animali, tra cui bufali a pelo lungo, marmotte, aquile e orsi bruni.

Dopo una bella giornata di viaggio, abbiamo montato le tende su queste pianure e ammirato la vista spettacolare.
Sopra i 4.000 metri la notte tende ad essere piuttosto fredda, perciò abbiamo deciso di accendere un fuoco. Poiché ci trovavamo sopra la linea degli alberi, abbiamo acceso il fuoco con i nostri fornelli a benzina, che hanno funzionato alla perfezione.
Quella notte abbiamo anche avvistato un orso bruno!

Ad alcuni sembrava più che altro una mucca… in ogni caso, era peloso, grosso e marrone.

 

Montagna del diavolo, un diavolo di emicrania

Abbiamo abbandonato Deosai senza conseguenze dopo l’avvistamento dell’orso e siamo partiti alla volta di Nanga Parbat, meglio conosciuta come la “mangiauomini” o la “montagna del diavolo”. Con i suoi 8.126 metri, è la 9a montagna più alta del mondo ed è incredibilmente imponente!
Il soprannome è dovuto all’alto numero di decessi tra chi ha tentato la scalata. La vetta della montagna è infatti particolarmente difficile da conquistare a causa del meteo instabile che la caratterizza.

Avevamo deciso di arrivare al punto di osservazione del prato delle fate (Fairy Meadows) e accamparci lì. Ci avevano detto che sarebbe stato mozzafiato. Come raggiungerlo? Per prima cosa dovevamo percorrere un tratto di 1,5-2 ore in 4×4, nel più vecchio Toyota Land Cruiser mai visto. Tutto questo su un sentiero 4×4 molto ripido e in pessime condizioni, che costeggiava uno strapiombo. Quelli con lo stomaco d’acciaio, in grado di superare la nausea, potevano poi fare un rapido spuntino e partire per un’escursione di 3 ore fino al punto di osservazione. Sembrava un’esperienza eccitante e divertente in condizioni normali, ma sicuramente non con un’emicrania…

Erano già due giorni che soffrivo di un fortissimo mal di testa, che poi è sfociato in emicrania. La colpa non era certo dell’altitudine, poiché avevamo trascorso alcuni giorni sopra i 4.000 metri senza problemi e in quel momento ci trovavamo a una quota inferiore. Nessun antidolorifico faceva effetto: codeina, paracetamolo, ibuprofene, nemmeno tutti e tre insieme. Pensavo che la montagna del diavolo volesse mietere un’altra vittima…

All’arrivo al prato delle fate ero completamente esausto, ho quindi montato la tenda e sono andato a dormire alle tre del pomeriggio. Non avevo nemmeno la forza per godermi la vista. Più tardi ho iniziato a rimettere, vedevo punti neri, avevo una visione limitata, ero ipersensibile alla luce e ai rumori e anche solo muovere gli occhi mi causava un dolore fortissimo, come se qualcuno cercasse di cavarmi gli occhi dalle orbite. Quella notte sarebbe stata molto, molto lunga!

Quando mi sono svegliato più tardi, stavo leggermente meglio, avevo ancora un gran mal di testa ma stavo (lentamente) recuperando le mie capacità. Durante la notte, non ho dormito molto all’accampamento: molti dei miei compagni ridevano, suonavano e si divertivano. In un’altra circostanza mi sarei unito a loro, ma in quel momento era come se mi stessero torturando.

Al mattino, sono riuscito a mangiare qualcosa per colazione e perfino a scattare due foto del Nanga Parbat! Alla fine non mi ha ucciso… Sono tornato a dormire per cercare di riposare e digerire. Intorno alle due del pomeriggio, i miei amici mi hanno svegliato per avvisarmi che era ora di tornare indietro. Ho preso le ultime pasticche di codeina e paracetamolo, le ho combinate con tutto il mio coraggio e ho lentamente iniziato la discesa. Giunti a valle, 12 ore dopo, l’emicrania era quasi completamente sparita, sostituita da un bel sorriso sul mio volto. La prima volta, e spero anche l’ultima, che ho sofferto di emicrania…
Di nuovo pronto a continuare il mio viaggio!

 

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