Checkpoint militari, videocamere di sorveglianza che lampeggiano ogni 50 metri per eseguire analisi del volto e monitorare gli spostamenti, interi villaggi delimitati da filo spinato e checkpoint militari, più poster propagandistici che pubblicità. Attraversare la regione autonoma cinese dello Xinjiang è come avventurarsi in una prigione grande quanto un Paese.

Dopo la valle di Bartang, è arrivato il momento di lasciare il Tagikistan per tornare a , nel Kirghizistan. La frontiera a 4.300 metri di altitudine è un luogo remoto con una strada alquanto bizzarra. Tra i due Paesi c’è una specie di terra di nessuno, in cui non ci si interessa della strada né delle regole. Molto spesso, addirittura, la “strada” non esiste o è stata spazzata via, piena di buche, rocce e fango. Per mia fortuna non ha piovuto, perciò devo affrontare soltanto terra secca e pozzanghere.

Una volta arrivato a Oš inizio a preparare la moto per la stressante e famigerata frontiera con la Cina. Poiché il passaggio è piuttosto caro e prevede un’enormità di scartoffie, la presenza obbligatoria di una guida e un itinerario fisso, attraverseremo in gruppo dopo aver organizzato tutto in anticipo. Perciò, se non voglio mandare in fumo più di 1.000 dollari, DEVO arrivare in orario al confine cinese.

Dopo aver ritirato i nuovi pneumatici, cambiato l’olio e sistemato alcuni cuscinetti, mi accorgo di avere del tempo libero prima dell’appuntamento, perciò mi dirigo verso il picco Lenin, o picco Ibn Sina. Con i suoi 7.134 metri, la seconda vetta più alta del Tagikistan e del Kirghizistan è considerata una delle montagne di altezza simile meno difficili da scalare. Ad ogni modo, mi limiterò a visitare il campo base, la scalata sarà per la prossima volta.

Il posto è soltanto a un paio d’ore dalla frontiera con la Cina, meglio di così! La fama della strada per il campo base è quella di un percorso in pessime condizioni, pieno di fango e attraversamenti di fiumi: off-limits se bagnato, un’avventura se asciutto. Mi accampo a 4.100 m (subito sopra il campo base) e mi godo la vista.

Il giorno dopo, sono sorpreso da una quindicina di cm di neve fresca! Dopo aver ammirato lo straordinario spettacolo delle montagne coperte di neve, inizio a raggiungere il punto panoramico a 4.800 metri. Con un’unica preoccupazione: riuscirò a scendere nuovamente a valle e a superare gli attraversamenti dei fiumi? Tra 2 giorni devo attraversare il confine con la Cina…


Al ritorno dall’escursione, la neve inizia a sciogliersi. Proprio come le mie speranze. C’è acqua dappertutto, in che condizioni saranno i fiumi? Faccio i bagagli e mi dirigo lentamente a valle, alla disperata ricerca di un miracolo. Sorprendentemente, i fiumi sono meno gonfi di quanto pensassi e riesco a superarli con relativa facilità. Proseguo felice verso Sary Taš, il punto di incontro dei gruppi diretti alla frontiera cinese. Con 13 persone, supereremo Kashgar dirigendoci verso il passo Khunjerab (Pakistan) tra circa 4-5 giorni.

Nella pensione conosco altri motociclisti. Ci incontriamo alle 8 del mattino, ma sfortunatamente senza metà del gruppo. Poiché i controlli alla frontiera saranno lunghi e complicati, decidiamo di andare avanti fiduciosi che gli altri ci raggiungeranno.

Ancora una volta, rimaniamo a bocca aperta di fronte a incantevoli giganti coperti di neve fresca: la catena montuosa che delimita il confine tra Tagikistan, Kirghizistan e Cina comprende, infatti, innumerevoli vette superiori ai 6.000 metri. Il panorama è uno dei migliori del viaggio intrapreso fino a questo momento. È stupefacente, al suo cospetto non puoi fare a meno di sentirti piccolo.

E, ora, la barzelletta PIÙ SPASSOSA della storia.

Intorno alle 11.30 arriviamo al confine con la Cina: niente da fare, è chiuso, fuori uso, desolato, post-apocalittico, nada! A quanto pare, gli agenti di frontiera sono soliti fare una pausa pranzo di circa 3 ore, iniziata soltanto qualche secondo prima del nostro arrivo… TRE STRAMALEDETTISSIME ORE di attesa! Cosa stanno facendo? Macellando un maiale per preparare dei panini di sfilacci con tre ore di cottura? Gustosi, senza ombra di dubbio. Poco dopo, in effetti, si inizia a sentire profumo di cibo. Ma immagino che stiano semplicemente preparando dei noodle.

Fortunatamente, dopo una mezz’oretta ci raggiunge la seconda parte del gruppo. Eccezion fatta, ovviamente, per alcuni ritardatari in attesa nel bel mezzo del nulla a circa 3 km di distanza, a una barriera chiusa tra Kirghizistan e Cina. Che fantastico inizio di giornata…

Con un record mondiale di scansioni di bagagli, controlli dei passaporti, sanitizzazione delle moto, altre scansioni ai raggi X, impronte digitali, fotografie e procedure di sdoganamento, siamo finalmente liberi e pronti ad andarcene. Coltelli? Non ammessi! Dati sensibili sul telefono? Potresti essere perseguito! Droni? Non ammessi! Fotografie di edifici militari, di persone o del governo? Severamente vietate! Sistemi di tracciamento e malware cinesi? Potrebbero essere installati sul tuo telefono! E non finisce qui… Fortunatamente eravamo preparati, abbiamo nascosto tutto il necessario e fatto passare i nostri averi.

Per attraversare la frontiera ci sono voluti due giorni, ma ora siamo a Kashgar, nello Xinjiang. Questa regione autonoma è a maggioranza musulmana, il che non va particolarmente a genio a Pechino… Per questo motivo, infatti, è fortemente militarizzata, con leggi severe sia per i locali sia per i turisti: bisogna avere una guida, fare domande sul governo è una questione DAVVERO delicata (i telefoni sono tutti sotto controllo), ogni 50 metri si viene scansionati e identificati, i villaggi sono delimitati da filo spinato e checkpoint militari, pregare in pubblico è un atto di terrorismo, le persone sono vittime di sparizioni o internate in “campi di rieducazione”… È una regione piuttosto triste e intensa, ma affascinante.

Per più di 2000 anni, Kashgar è stata una città fondamentale lungo la via della seta, tra Cina, Medio Oriente ed Europa. Ancora oggi è un centro piacevole, dalla cultura vivace, con una popolazione variegata e gremito di piccoli negozi e attività. È anche il capolinea della strada del Karakorum che, con i suoi 4.693 metri di altitudine massima, vanta il record di strada asfaltata più alta del mondo. Non vedo l’ora di percorrerla!

 

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