Ogni mattina una nuova avventura ci aspetta a Est. Dopo l’ultimo tramonto trascorso in Uzbekistan, sorge il giorno che ci porta in Tajikistan. In sella alle nostre moto facciamo km sollevando kg di polvere. Percorriamo una strada che scorre come un fiume in mezzo a canyon rocciosi. A un certo punto ci troviamo letteralmente circondati da Tagiki di ogni età che fanno il tifo per noi. Alla dogana ci accorgiamo che il mio cerchio posteriore è piegato, lo raddrizziamo un po’. Alle 11 di sera arriviamo a Dushanbe dove per 6 dollari dormiamo in ostello su dei tappeti. L’indomani passiamo in officina per rimettere a posto il cerchio, riparare la camera d’aria, lubrificare la catena e sostituire una vite persa per strada. Riprendiamo il viaggio facendo una tappa a Kulob per poi, in 2 tappe, raggiungere Khorog. Via via la strada ci presenta sempre più montagne, e curve, e tratti a strapiombo sul fiume. Giunti a Khorog, in officina mi accorgo di un enorme chiodo in una gomma e me lo faccio estrarre. Dormiamo poco al Pamir Lodge, l’ostello più famoso della città, perché la notte fa un freddo cane, e al mattino ci fiondiamo a riscaldarci alla sorgente termale più vicina. Gasati e ricaricati proseguiamo poi su piste di sassi e sabbia, verso Ishkashim. Arriviamo a Langar e, ad alta quota, vediamo le montagne afghane fin quasi al Pakistan: un panorama mozzafiato! Superiamo il passo più alto del Pamir a più di 4.600 m e troviamo il Lago salato Karakul. Una notte di vento gelido, in una yurta piena di spifferi, ci fa amare le coperte pesanti 20 kg! Il giorno dopo passiamo il confine con il Kyrgyzstan trovando un altopiano erboso con yurte e cavalli. Dopo Osh ci fermiamo ad Arslanbob, ospiti di una famiglia con piccole pesti: qui mangiamo pane caldo, zuppa di patate e marmellate fatte in casa. Ripartiamo e facciamo le nostre ultime tappe kirghise a Toktogul e a Bishkek.

Old Wild East - Givi Explorer

In Kazakhstan ci divertiamo un po’ nelle strade larghe di Almaty, città il cui nome significa posto con le mele. Facciamo amicizia con Dastan, un motociclista in tuta da corsa che guida una Kawasaki Z1000, e lui gentilmente ci accompagna all’officina dove ci facciamo montare 2 treni di gomme nuove: evvai!! Dopo Almaty vediamo Sarkand, Ayagoz, Semey. Ma la nostra breve avventura kazaka la ricorderemo anche per 2 multe prese dagli sbirri.

Arriviamo a Barnaul e quasi non ci sembra vero di essere in Siberia: la temperatura infatti è di ben 35 gradi. La sera cala e anche noi scendiamo… le scale del famoso Bike Bar, una tappa da non perdere assolutamente perché è davvero una figata, c’è persino un’auto incastonata nel soffitto! A bere al tavolo con noi si siedono 2 simpatici membri del Black Cat Motorcycle Club, Sem e Bandos, e ci offrono un altro giro di birre. Il mattino dopo però si gela, per fortuna abbiamo con noi i copriguanti Hevik e li indossiamo per guidare fino a Manzherok e poi a Koš-Agač, nella Repubblica Autonoma dell’Altaj.

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Uscire dalla Russia è facile e veloce, ma in Mongolia sono 2 ore avanti: appena entrati siamo già in ritardo. Allora come cavalli voliamo sulle ali del vento, incontriamo montagne innevate e un bellissimo lago, rallentiamo solo nella sabbia, e finalmente arriviamo a Khovd per andare dritti al “Grand Hotel”: tra virgolette, perché lo troviamo in pessimo stato, semi-abbandonato. Allora decidiamo di proseguire per altri 230 km, per poi passare la notte in free camping. Ci svegliamo in tarda mattinata e mentre smontiamo la tenda si avvicina un mandriano e ci fa salire sul suo cavallo. Meglio la moto! La inforchiamo e troviamo ancora km di asfalto su una strada nuova non ancora aperta al traffico, poi dopo un po’ di fuoristrada torniamo sulla nuova Southern. Pranziamo nella steppa, e la sera ci accampiamo in una zona sabbiosa tra le lucertole. L’indomani raggiungiamo Altaj City dove facciamo riparare gli stivali, giriamo nel bazar e mangiamo un gelato al gusto di… formaggio di capra! Qui il sole dà spettacolo tutti i giorni, con tramonti e albe bellissimi. Non è facile orientarsi, a un certo punto decidiamo di seguire i cavi dell’alta tensione e, dopo aver incontrato un’abbeverata di cammelli, proseguiamo fino a Bayankhongor, quindi percorriamo una strada dal fondo duro con qualche pozzanghera e arriviamo a Kharkhorin, l’antica capitale dell’Impero Mongolo: Karakorum. Vicino c’è il Monastero di Erdene Zuu. Ci fermiamo a sentire un po’ di musica e il canto di gola mongolo, visitiamo il tempio buddista, poi ci rimettiamo in sella per Ulaanbaatar. Il nome di questa città significa Eroe Rosso, ma anticamente era un altro, che significava Residenza; fu anche la sede del Buddha vivente, e per questo considerata la città santa dei Mongoli. Al centro della Piazza Genghis Khan ammiriamo la statua in bronzo dell’eroe della rivoluzione Damdin Sükhbaatar a cavallo, e nel Palazzo del Parlamento l’imponente statua del grande imperatore Genghis Khan. Ripartiamo per Darkhan. L’ultima cosa che vediamo della Mongolia è la sua tv, e l’ultima cosa che sentiamo prima di addormentarci, il karaoke.

Al risveglio ritorniamo in Russia. Passiamo Mostovka e, arrivati a Ulan-Ude, svoltiamo a sinistra e imbocchiamo la M55 che porta a Baikalsk e poi a Irkutsk.
Al calar del sole ci parcheggiamo in un motel per camionisti. Al risorgere del sole inizia il nostro ultimo giorno di questa avventura insieme: decidiamo di passarlo al lago, a Dubinino. Ci gustiamo tutto: il calore della bella giornata, il cielo stupendo punteggiato di nuvole gonfie, la luce del sole sul lago e le rive verdissime… e l’amicizia dei pescatori che ci offrono un liquore e una manciata di pinoli. Dopo aver condiviso tutto, ci divideremo: Matteo tornerà a casa via Siberia, e io continuerò il viaggio a Est verso il Giappone.

 

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L’EQUIPAGGIAMENTO CONSIGLIATO

PROSSIMA TAPPA:
Dalla Russia al Giappone

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