Dopo aver lasciato la moto in Australia, a Melbourne, arrivo negli Stati Uniti d’America, a San Francisco. Ma anche la pianificazione più accurata di un viaggio non può contemplare gli imprevisti che arrivano sempre a ricordarti che, se la routine è monotona e noiosa, non tutte le sorprese arrivano gradite e questa, che sto per narrarvi, non lo è certo stata per me. Prima di partire per gli Stati Uniti mi sono accorto di aver smarrito il portafoglio con tutti i documenti e le carte di credito, fortunatamente avevo già acquistato il biglietto aereo, pagato il noleggio dell’auto e la prima notte in albergo a San Francisco. Tuttavia, avendo perso la patente, non riesco ad avere l’auto e, solo dopo varie peripezie e rivolgendomi ad una compagnia privata, ottengo di affittarne una per potermi muovere liberamente in attesa che arrivi la moto.
Sono impaziente, non vedo l’ora di tuffarmi all’interno della città ed immergermi nelle vedute stupende che ti offre questa metropoli dalle mille colline sulle quali appoggiano, quasi sospese, queste caratteristiche strade. Per fare un giro panoramico mi servo di quello che tradizionalmente viene chiamato “Hop-on-Hop-off”, l’autobus rosso a due piani, in perfetto stile inglese: è sempre molto comodo, perché ti permette di fermarti e ripartire ad ogni tappa quando vuoi. Il giorno dopo, appena arriva la moto, cerco di rimontarla e questa volta facendo molta attenzione che ogni pezzo sia perfettamente collegato, visto che le esperienze ti insegnano sempre qualcosa.

In sella alla mia moto decido di ritornare sui posti visitati il giorno prima, tappa obbligata: il Golden Gate Bridge che, con le sue famose campate rosse, sovrasta la baia di San Francisco. Il ponte, visto dal punto panoramico in cui mi trovo, contrasta con il paesaggio, risaltando a tal punto che si capisce perfettamente perché sia diventato il simbolo della città.

Ritorno sempre volentieri nei posti ricchi di vita e uno di questi è sicuramente Chinatown, la più grande comunità cinese che risiede nel centro della metropoli dalla metà del 1800. Mi piace vedere questa gente indaffarata in mille attività, sentire i profumi che esalano da improvvisati piatti tipici, immergermi nelle strade e perdermi a guardare gli edifici dalla riconoscibile linea orientale.

Lascio con rammarico questa città dal potere evocativo, dove affiorano ricordi di tempi felici e spensierati, ma il tempo stringe e devo raggiungere degli amici che si trovano a Bakersfield, tuttavia, prima di arrivarci voglio visitare il parco delle grandi sequoie. Percorro una strada tipica di montagna con curve pennellate e fantastica da percorrere con la moto. Faccio tappa al Moro Rock, punto dal quale si può ammirare il Great Western Divide e soprattutto la grande sequoia denominata “General Sherman” che, con i suoi 84 metri d’altezza, sovrasta gli altri alberi del parco che, magari meno longevi e imponenti, sono comunque anch’essi dei giganti dei boschi. Lasciate queste “oasi” spettacolari riprendo la mia strada e verso sera raggiungo i miei amici. Con loro trascorro giornate da sogno: rido, scherzo, mi diverto e, in loro compagnia, raggiungo Los Angeles per visitare gli Universal Studios. Questi studi cinematografici racchiudono attrazioni sorprendenti e anche noi ci facciamo coinvolgere dai personaggi in costume che girano per gli stand, divertendoci come bambini al Luna Park. Le ore volano e in serata rientriamo a Bakersfield, in quanto il giorno dopo sarei ripartito verso i Parchi.

 

Decido di fermarmi al Bryce Canyon per ammirare gli “Hoodoos”, i famosi pinnacoli di roccia multicolore che ti lasciano letteralmente senza fiato. Il fenomeno è dovuto all’erosione dell’acqua e del vento che ha prodotto nel corso dei millenni guglie e torri, raggruppate in anfiteatri che sembrano cesellati dalla mano di un artista. Se il Bryce Canyon è piccolo e l’occhio può contemplarlo completamente, non è così per il Gran Canyon, di cui mi riesce difficile, se non impossibile, delimitarne i confini. Rimango sempre estasiato di fronte a questi spettacoli e vorrei poter condividere con il mondo intero la consapevolezza dell’immensità che ci circonda. La cosa è ancora più spettacolare perché inizia a nevicare.

Riparto, dovrei trascorrere qualche giorno da un’amica che si trova in Carolina del nord, le telefono per preavvisare il mio arrivo ma mi dice che anche lì nevica e le strade non sono praticabili, decido perciò di procedere verso sud e raggiungere New Orleans. Mi avvio, ma poco dopo la moto si spegne. Come succede in queste circostanze, la prima cosa che si fa è controllare se ci sia benzina, perciò guardo l’indicatore che segnala 4 tacche, osservo il GPS e vedo che ho percorso 240 chilometri quindi carburante sicuramente ne ho. Non riuscendo a capire come risolvere il problema chiamo un carro attrezzi, che arriva dopo 2 ore e mi accompagna in un’officina. Trovo un meccanico molto bravo di nome Bob, che, dopo avermi fatto qualche domanda e dato un’occhiata alla moto, mette nel serbatoio un litro di benzina e miracolosamente… la moto riparte … Cosa poteva essere accaduto? Sicuramente l’indicatore doveva avere qualche problema… ma il GPS? Riflettendo mi rendo conto che lo avevo impostato in modalità americana perciò non avevo percorso 240 chilometri, bensì 240 miglia, cioè circa 400 chilometri, per cui avevo consumato tutta la benzina! Scopro poi che il problema era rappresentato da un filtro che serviva per ripulire le benzine sporche provenienti da recipienti di vario tipo che si reperiscono nei paesi poveri come India o Pakistan. Il filtro infatti era stato montato dalla concessionaria dalla parte sbagliata, cioè a destra, dove si trova il galleggiante che ha determinato il guasto dell’indicatore. Fatto il pieno posso ripartire, ma non riesco ad arrivare a New Orleans il 13 ottobre, per festeggiare il mio compleanno. Nonostante un giorno di ritardo, mi gusto un piatto di gamberoni alla creola che mi fa dimenticare tutte le peripezie e gli intoppi capitati lungo il tragitto. Anche New Orleans è una città particolare e affascinante e, dopo aver scattato alcune foto, torno in albergo per riposarmi, in quanto il giorno dopo sarei partito per Miami.

Rimango a Miami per qualche giorno, il tempo di preparare la moto, fare un tagliando e metterla in un box di legno per spedirla a Santiago del Chile. In concessionaria sono gentilissimi e mi cambiano alcuni pezzi in garanzia, anche se per “BMW America” non sarebbero stati coperti a causa dei molti chilometri fatti dal mezzo. Poiché ci vorranno circa 10 giorni per il suo arrivo in Chile, come regalo di compleanno mi concedo una vacanza a Cuba per godermi un po’ il sole in pieno relax. Rientrato a Miami raccatto i documenti dallo spedizioniere e prendo il volo per Santiago del Chile il giorno successivo.

 

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