Viaggio in moto in Uzbekistan per arrivare a Samarcanda, città simbolo della Via della Seta

 

Attraverso una Turchia in subbuglio, un sorprendente e singolare Iran, uno sconosciuto Azerbaigian, percorrendo le vie della potente Madre Russia e dell’Ucraina. Sulle strade della pacifica Ungheria, della Grecia e della rilassante Slovenia; navigando sulle ignote acque del Mar Caspio a bordo di un misterioso traghetto, fino alle polverose e rovinose strade del Kazakistan, intrecciando il cammino di dromedari e cammelli, per giungere finalmente nella terra di Tamerlano, di Alessandro Magno, di Gengis Khan: l’Uzbekistan. Paese per i più sconosciuto, arrivato alla ribalta della cronaca per il più grande disastro ambientale procurato dall’uomo: quello del Lago d’Aral, un tempo uno dei più importanti specchi d’acqua del mondo e oggi praticamente scomparso. Nonostante questa visione apocalittica l’Uzbekistan resta ricchissimo di straordinarie meraviglie architettoniche ultramillenarie, custodite soprattutto nelle affascinanti città, raggiunte anche da Marco Polo: Khiwa, Bukhara e ovviamente la leggendaria Samarkanda.

Sono partito preparato ad affrontare i vari ed eventuali problemi che si presenteranno lungo la strada. Come l’incognita del Turkmenistan: mi concederà il visto d’ingresso questo Paese? Diversamente dovrò modificare il percorso previsto e tagliare, a malincuore, anche alcuni siti iraniani. La Grecia e la Turchia scorrono veloci sotto le ruote della mia piccola Kawasaki. In pochi giorni raggiungo l’IRAN. Per la seconda volta nel giro di due anni varco questo stesso confine e la cosa mi rasserena, in quanto mi lascio alle spalle le serpeggianti agitazioni turche. Chi ha avuto la fortuna di visitare l’Iran, di incontrare e conoscere il suo popolo – ne sono certo – non può che esserne rimasto ammaliato, talvolta innamorato.

Come temevo, il Turkmenistan mi rifiuta la lettera di ingresso e quindi niente visto. Ci contavo, ma non ci speravo più di tanto. Per raggiungere il Kazakistan, a questo punto, non mi rimane altro che fare il visto per entrare in Azerbaigian e navigare da una parte all’altra il Mar Caspio fino alla città di Aktau. Fortunatamente, in pochi giorni risolvo questo intoppo e, di li a poco, mi ritrovo al porto di Alat, in Azerbaigian, ad attendere pazientemente il cargo, che mi porterà in 24 ore ad Aktau. Tutto fila divinamente, e la traversata marittima si traduce in una pausa di relax, in compagnia di camionisti kazaki, russi, azeri, uzbeki … ma niente turisti. Si sbarca a notte fonda, ma solo verso le quattro del mattino i solerti, assonnati ufficiali kazaki sollevano la sbarra, e posso passare oltre. Grande emozione!

Samarkanda però è ancora lontana; quindi rotta serrata sud, sud-est, senza perdere tempo, tanto più che con questo nuovo percorso ho allungato il viaggio di almeno 2.000 chilometri. Fuori dalla città, il deserto e la steppa imperano; è ovviamente l’habitat naturale per cammelli e dromedari… ma scorgerli, in un piccolo branco, di fronte a me al centro della strada mi fa sussultare. Noto che mi osservano attentamente incuriositi, spostandosi lentamente al lato della carreggiata. Il momento è uno di quelli che ti fanno pensare: “E’esattamente il posto in cui vorrei essere in questo momento”.

Il Kazakistan è pianeggiante, piatto, quasi liscio, ma non lo sono così di certo anche le sue strade. Da qui in avanti, Uzbekistan compreso, collezionerò una quantità incommensurabile di buche; grosse, grandi, profonde, taglienti, spaccanti, dure, sabbiose, paurose. I miei nervi e il mio equipaggiamento rimangono saldi. Un po’ meno la schiena e il fondo schiena. Nonostante l’enormità di vibrazioni e i colpi incassati, la moto e il carico (gravato di altri 20 litri di carburante di scorta) superano questo lungo e impegnativo tracciato senza danni. Raggiungo l’incantevole Khiwa nel pomeriggio. E’ subito amore. Meraviglia delle meraviglie, gioiello uzbeko, costruito con sabbia e fango alle porte del deserto Turkmeno. Seguo ancora la mia rotta, verso sud, sud-est, giorno dopo giorno; mi sto allontanando da casa sempre di più e questo pensiero talvolta mi spaventa; ma l’obiettivo, la voglia di vedere, di scoprire di vivere l’esperienza senza sconti… mi fa procedere con più determinazione, privo di incertezze.

La piccola Kawa macina migliaia di chilometri senza sentire fatica. Dopo Khiwa, mi lascio impressionare ancora una volta, dai millenari tesori di Bukhara; poi, finalmente, ecco il vero mito: Samarkanda! Ci sono! Ce l’ho fatta!

Sono, felice, incredulo, quasi sbalordito. Per di più, incontro nuovamente i miei amici, Luca e Matteo, che nel peregrinare del loro viaggio verso il Giappone per ben tre volte hanno incrociato casualmente la loro strada con la mia; incredibili misteri di viaggi e viaggiatori.

Samarkanda è la leggenda, la favola; da sempre importantissima città di scambi tra Oriente e Occidente, perno del commercio tra popoli e civiltà vecchie di tremila anni. I suoi edifici storici, sono delle superlative realizzazioni millenarie, traboccanti di piastrelle colorate che rivestono di fatto, moschee, cupole, minareti, torri; uno fra tutti il Registan. Il tutto naturalmente incastonato in un contesto urbano di una tranquilla città di provincia che sa infondere al visitatore, o al viandante un fascino davvero speciale.

La meta è così raggiunta, ma il viaggio solitario in moto in Uzbekistan non è affatto concluso; invertendo la rotta, riprendo la cavalcata, ora verso nord, nord-ovest, seguendo a ritroso il percorso fatto all’andata fino in Kazakistan. Abbandono queste terre estreme per entrare tra le braccia della Grande Russia; supero Astrakan, poi ancora più a nord Volgograd, meglio conosciuta come Stalingrado, Kursk e quindi velocemente percorro una Russia formalmente quieta, ma non dimentichiamo, che nella vicina Ucraina e nella vicinissima Crimea, si spara ancora.

Kiev è a due passi; Budapest e poi l’ultimo balzo fino al lago incantato di Bled, in Slovenia. C’è bisogno di rallentare, di frenare il rientro. Bled è il posto giusto per raccogliere le esperienze, le sensazioni, le immagini. Per non perdere nulla delle mille emozioni, anzi, di un “Milione” di emozioni partorite in questo lungo, appassionante, faticoso, favoloso viaggio.

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IL PROTAGONISTA

In oltre 25 anni di onorata carriera da traveller Maurizio De Biasio ha raccolto esperienze in moto in molti angoli del globo. Una passione fortissima, che lui spiega con queste parole “Penso che se mio padre non avesse avuto tanto amore per il mondo dei motori, probabilmente ora non staremo qui a raccontarcela”. È proprio il padre a comprargli nel 1984 la prima motocicletta: una fiammante Guzzi V35C. La moglie Daniela lo conobbe così, seduto sulla moto e con in testa un integrale nero. Da quel momento, per i due, il futuro fu subito ben delineato.

Le prime esperienze da “easy rider”, verso i Paesi vicini ai confini italiani, servirono a capire che potevano spingersi oltre.

Il cambio di passo arriva nel 1989 con l’acquisto di una Moto Guzzi Florida 65. Con lei Maurizio e Daniela lasciano alle spalle anche il Vecchio Continente.

Quello che succede negli anni successivi è un susseguirsi di scoperte: Austria Francia Spagna Siria Germania Portogallo Svizzera Marocco Lituania Andorra Irlanda Olanda Slovenia Estonia Belgio Inghilterra Danimarca Finlandia Scozia Lettonia Islanda Bulgaria Svezia Norvegia Polonia Turchia Russia Repubblica Ceca Bielorussia Slovacchia Grecia Serbia Croazia Ungheria e ancora USA (coast to coast), Tourist Tropy, North West 200, Bol D’Or, Capo Nord, Elefantentreffen, l’incredibile e affascinante Australia nonché il Sud Africa, Namibia e Botswana… La “Motina” di Mandello del Lario si è digerita oltre 270.000 chilometri, sempre senza lamentarsi.

A quel punto nella coppia s’insinua un grande sogno: pianificare un mega tour, spalmato negli anni e con molte tappe. Per l’occasione, l’inossidabile Guzzi, viene affiancata nel box di casa da una piccola e affidabile Kawasaki KLE 500. La nuova moto diventa protagonista nel 2015, nel corso del viaggio in IRAN che Maurizio realizza in solitaria, e nuovamente nel 2016, alla scoperta della città simbolo lungo la Via della Seta: Samarkanda.

 

L’EQUIPAGGIAMENTO GIVI CONSIGLIATO

La moto, carica solamente dello stretto indispensabile, è comunque sempre troppo pesante. Del resto è difficile rinunciare a utilizzare ogni pertugio, ogni piccolo vano, dove riporre, legare, incastrare piccole cose… che prima o poi potrebbero tornare utili.

Le valigie in alluminio di GIVI, sono molto affidabili; capienti, impermeabili all’acqua, alla polvere, sganciabili velocemente e robuste, anche in caso di caduta. Le compatte borse “cargo”, montate sopra di esse, sono praticissime e utilissime per lo stivaggio di oggetti di rapido utilizzo, come potrebbe essere ad esempio l’acqua da bere. In una delle due cargo sono riuscito a spingervi all’interno ben quattro bottiglie da un litro e mezzo!… quando si fa un po’ di deserto, è sempre meglio abbondare.

La borsa da serbatoio è riempita con vivande e fornello, mentre sui tubi paramotore, due borsette per il compressore da 12 volt, catena antifurto e altri accessori pesanti. Alleggerire il posteriore è stata l’idea di partenza. Per questo ho sostituito il bauletto con un’ottima piastra portatutto in alluminio e una sacca impermeabile.

 

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