Balcani e Turchia

Cuneese, classe 1966, bassista fondatore del gruppo musicale dei Marlene Kunz, oltre 100 paesi del mondo visitati con vari mezzi. Il suo nome: Franco Ballatore; il suo mezzo: Honda Dominator 650 del 1992. Padovano, 61 anni compiuti, insegnante di educazione fisica, tutti e 5 i continenti attraversati in moto. E’ Maurizio Pistore ed effettua il viaggio con una BMW F800Gs del 2016 (modello 2017).
Si sono incontrati per la prima volta a Santiago del Cile nel 2013, con Franco che scendeva lungo la panamericana con una LML star 200 dopo il coast to coast negli USA e Maurizio che era alla terza tappa (dopo Africa e Australia) del suo giro del mondo in moto in solitaria in sella ad una Quadro 350S; si sono poi trovati in Italia per qualche uscita in moto assieme ed assieme hanno deciso di tentare il viaggio fino a Saigon in Vietnam via terra, attraversando l’intero continente asiatico in sella alle rispettive motociclette.
Ad affiancarli in questa nuova avventura l’italianissima GIVI per quanto riguarda l’allestimento moto e non solo (valigie laterali, bauletto, borsa da serbatoio e morbide, taniche, antipioggia e, rivelatosi poi veramente adatto ad un viaggio come questo, il casco X01 Tourer).
Dopo la progettazione e la preparazione dei documenti (visti, patenti internazionali, carnet de passage en douane, etc ) il 28 giugno inizia il viaggio con prima tappa a Slavonski Brod, ultima cittadina croata prima dell’entrata in Serbia. Qui Maurizio e Franco incontrano altri 4 motociclisti (3 italiani ed 1 tedesco) che stanno seguendo almeno in parte lo stesso itinerario: con loro divideremo buona parte del viaggio.


Seconda tappa Sofia, capitale della Bulgaria, con belle foto al mattino della cattedrale… anche da angolazioni fantasiose!!

Il terzo giorno arriviamo a Istanbul, porta dell’oriente ancora intimamente legata al mondo occidentale; visite quasi obbligate ad Aghia Sofia, alla moschea Blu e al vecchio bazar aperto ininterrottamente dal 1547 col suo dedalo di viuzze strette e architetture antiche, dove i sensi si appagano di suoni, odori, colori che parlano di tempi passati: uno spettacolo. Ci concediamo anche una minicrociera sul Bosforo, unici turisti su un battello carico di locali chiassosi e ridanciani.

Dopo due giorni passati a zonzo per la città ripartiamo per una tappa di 700 km attraverso il torrido altopiano turco con meta finale ad Amasya, antica capitale ottomana, distesa lungo le rive del fiume Yesil; nelle rocce a strapiombo sulla vallata si possono ammirare, scavate nella roccia ed artisticamente illuminate di sera, le tombe dei primi emiri che sovrastano le tipiche case ottomane, bianche e con le strutture in legno: veramente molto suggestivo!! Purtroppo la catena della Dominator evidenzia problemi che inducono Franco a fermarsi per sistemarla: sembrava cosa da poco ed invece ci ricongiungeremo solo dopo 5 giorni (Franco dovrà infatti aspettare un pezzo di ricambio dall’Italia).

Insieme agli altri motociclisti Maurizio riparte presto al mattino e lungo la strada ci si concede una colazione alla “turca” con favo d’api intero, sorta di mascarpone, pane e “chai” (come viene chiamato in molte parti del mondo il te): la tappa è vicino ad Erzurum in un nuovo motel senza infamia e senza lode. Lungo la strada sono numerosi i siti in cui vediamo strane cataste: sono “torri” di sterco messo a seccare e che saranno utilizzati in inverno come riscaldamento nelle povere case ai 1600-1700 mt dell’altipiano.

Molto interessante invece la successiva sosta a Dogubeyazit, cittadina turca molto vicina alla frontiera con l’Iran, dove la popolazione è in buona parte di origine curda; intanto per la sistemazione, non molto apprezzabile esteticamente e per le comodità forse ma nel mezzo del quartiere del mercato e soprattutto in una zona pulsante di vita autentica; e poi perché al mattino successivo, prima di recarsi alla frontiera che Maurizio ha già attraversato 3 volte, si passa a visitare, a sud della cittadina, la fortezza di Ishak Pasha, completata nel 1784 ma iniziata secoli prima e terminata in stili diversi. Molto simpatico è stato qui l’incontro con i due vecchietti che gestiscono il chiosco lì vicino e che tengono molto a far sapere che loro sono curdi, assolutamente non turchi!!!

Meno di una ventina di km più a nord e a poco meno della stessa distanza dal confine con l’Iran c’è poi la fantastica visione del perfetto cono vulcanico dell’Ararat, con la vetta a 5700 mt di quota perennemente coperta di neve.

Iran e Pakistan

Stato canaglia, fomentatore di terrorismo, pericolo nucleare per l’occidente. Niente di tutto questo si avverte entrando ed attraversando l’Iran: per noi, e per tutti quelli che sono arrivati fin qui ed hanno percorso queste strade e frequentato queste genti rimane soltanto l’immagine ed il ricordo di un paese sicuro e tranquillo, organizzato, ricco di civiltà e monumenti, con un popolo sorridente ed amichevole, pronto ad aiutarti in ogni frangente.
La frontiera di Bazargan è sufficientemente veloce e superata la lunga fila di camion che caratterizza molte frontiere in Asia è una enorme bandiera tricolore (i colori sono gli stessi di quella italiana ma sono messi in orizzontale ) a darci il benvenuto nell’antica Persia. Effettuiamo subito un rifornimento di benzina per tirarci su il morale (3 litri con un euro), compriamo dell’ottima frutta e poi via sull’altipiano ad una temperatura di 45/47° fino a Tabriz.

Albergo, cena in un locale ristorantino e poi via a nanna per essere pronti il giorno dopo. Visitiamo il famoso bazar, ci intratteniamo con la gente del posto al parco El Joli, paghiamo 150.000 rial (poco più di 3 euro) per vedere la moschea con le 100 iscrizioni diverse del nome di Allah. La gente è tranquilla e curiosa e così sarà anche nelle successive città che attraverseremo.

Hamadan, Esfahan (con la bellissima piazza di Naqsh e-Jahan che vede l’arrivo di Franco dopo la sistemazione della catena del Dominator e il ricongiungimento quindi della coppia), Shiraz (e il vicino sito archeologico di Persepoli, antica capitale dell’impero Achemenide), Kerman, Bam, tutte situate nel sud iraniano e ai margini del deserto, sono state per noi simbolo di tanto caldo nei percorsi in moto ma anche tanta simpatia negli innumerevoli incontri con la gente, tante moschee, ponti, palazzi, piazze, mercati, monumenti vari a raccontarci di un paese ed un popolo ricchi di storia e cultura.

Dopo Bam e la sua cittadella di fango quasi interamente ricostruita dopo la distruzione del terremoto del 2003 percorriamo le lunghe e diritte vie di comunicazione del deserto del Beluchistan. Questa strada che dopo Zahedan porta alla frontiera col Pakistan era (e si rivelerà tale) la vera parte pericolosa del viaggio; qui infatti, nel tratto dalla frontiera fino alla grande città pakistana di Quetta si verificano spesso incursioni dei talebani che scendono dal vicino Afghanistan, con morti e devastazioni. E’ per questo che dopo Mirjaveh (confine Iran-Pakistan) siamo presi in consegna dalla scorta dei Levies (sorta di milizia regionale armata) e sotto scorta viaggeremo per tutti i successivi sette giorni, fino alla capitale Islamabad: dormiremo sotto i portici o sopra i tetti delle caserme (punzecchiati a sangue dai pappataci o in mezzo agli scarafaggi), in piccoli “alberghi” locali o nelle stazioni di servizio, passeremo in mezzo a dune di sabbia che hanno invaso la carreggiata (con anche qualche caduta visto il carico delle moto) e attraverseremo tempeste di sabbia, cambiando ogni giorno, e spesso più di una volta, la scorta armata che ci accompagna. Ma i due episodi che maggiormente resteranno dentro di noi avvengono alla caserma dei Levies a Taftan dove, poco prima del tramonto arrivano una cinquantina di profughi afghani diretti in Iran (e da lì poi forse in Europa): veramente dura vedere come sono trattati, inquadrati, messi in riga, bastonati, e poi una trentina di km dopo Quetta in una gola di montagna dove un camion travolge 4 delle moto del convoglio prima di essere fermato dalla scorta: non sapremo mai se si fosse trattato di un incidente o di un attentato in quanto il giovane talebano drogato che era alla guida si chiuderà in un silenzio senza uscita.

A Islamabad, ospiti a casa di Santo, carabiniere in servizio all’ambasciata italiana e collezionista di Vespa Piaggio costruite in Pakistan, ci siamo comunque rifatti alla grande con le meravigliose pastasciutte preparate con sughi italiani; da li il ritorno a Lahore per affrontare la frontiera con l’India.

 

India

Il subcontinente indiano: un grande groviglio di razze, religioni, climi, paesaggi. Un insieme complesso dove tradizioni e modernità si intrecciano, dove le strade sono perennemente intasate da auto, camion coloratissimi, animali, carretti, risciò, mercanzia varia e varia umanità (chi in abito tradizionale, chi in abito alla occidentale, chi .. senza abito).

Noi abbiamo attraversato solo la parte settentrionale (gli stati del Punjab, Jammu e Kashmir, Himachal Pradesh, Uttar Pradesh, il territorio del Ladakh ed il distretto cittadino federato di Delhi) dell’India ma già questa parte è stata oltremodo gratificante anche se difficile.
Alla frontiera fra Pakistan ed India veniamo accolti da militari in divisa molto particolare e le procedure di ingresso si dimostrano alquanto complesse e noiose; non altrettanto le strade che dal Punjab ci portano a nord in Jammu e Kashmir (forse la zona al mondo con la più alta concentrazione di caserme e militari) dove abbiamo un assaggio dello spaventoso traffico che ci accompagnerà per tutto il periodo. Fantastico qui l’arrivo ed il successivo soggiorno in Srinagar, capoluogo della regione, adagiata sulle rive del lago Dal; per 3 giorni alloggiamo in una delle belle houseboat ormeggiate sul lago: interni in legno d’ebano lussuosi, confortevoli e complete di tutto, dal prezzo assolutamente irrisorio.

Lasciando Srinagar cominciamo a salire di quota e per 3 giorni viaggeremo costantemente tra i 3500 ed i 4000 mt, tra piogge e nuvole basse, con passi a quasi 5000 mt, con stupa e gompa a farci compagnia e con le catene dell’Himalaya a destra e del Ladakh Range a sinistra. L’arrivo a Leh (capoluogo del Ladakh) è preceduto dal superamento di diverse frane originate dallo scioglimento delle nevi in alta quota: quando ciò si verifica tutti i viaggiatori scendono dai loro mezzi e a mani nude si danno da fare per buttare massi per costruire un passaggio su cui far transitare auto, moto, anche camion, in maniera precaria.


A Leh, mitica cittadina di 30.000 abitanti situata al limite delle culture tibetana, induista e islamica, abbiamo la fortuna di incontrare Sua Santità Tenzin Gyatso, il XIV° Dalai Lama in visita “pastorale” al suo popolo: uno spettacolo di 3000 monaci in tunica rossa accorsi per ascoltare le sue parole.

Proprio al ritorno dall’incontro con Sua Santità la moto di Maurizio accusa un problema alla pompa della benzina; purtroppo questo modello non è importato in India e far arrivare una nuova pompa dall’Europa richiederebbe più di 15 giorni (troppi). Purtroppo il viaggio di Maurizio termina qui (mentre Franco continuerà il suo viaggio fino al sud est asiatico) e la BMW viene caricata su un camion e dopo 4 giorni e 3 passi montani oltre i 5000 mt arriva a Delhi, al Bagh dei trasporti, da dove verrà spedita in Italia.

Ma se da un lato il sogno di arrivare a Saigon svanisce dall’altro offre opportunità di conoscere meglio sia Leh (col suo palazzo reale, il suo mercato all’aperto, la sua gente tibetana) sia la vera vita di una città di 16 milioni di abitanti come Delhi, vissuta non negli asettici alberghi per turisti occidentali nei pressi dell’aereoporto ma nei Bagh (gli slums) dove pulsa la vita della maggior parte dei suoi abitanti tra fogne a cielo aperto, montagne di rifiuti in cui “pascolano” le vacche sacre, morti lungo la strada, traffico mostruoso (4-5 corsie per direzione di marcia dove i mezzi si muovono a 10-20 km all’ora) ma anche tanta umanità ed attenzione per l’altro.

L’uscita ad Agra (in Uttar Pradesh) con la visita al Taj Mahal (monumento simbolo dell’India nel mondo) è la ciliegina sulla torta di un viaggio intenso, magico, vissuto appieno da due motociclisti italiani.

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