LA PAZ E IL CAMINO DE LA MUERTE

Avevo superato indenne El Alto, l’unica grana da risolvere era stato il traffico. Zig-Zag tra bancarelle, auto, mini taxi e tantissima gente che non si curava della mia presenza. Al mattino avevo fatto un giro in centro  e poi ero scappato via dal caos per dirigermi verso Coroico, per attraversare il Camino de la Muerte. Questa leggendaria strada collega La Paz a Coroico, un piccolo centro abitato nella valle dello Yungas; era stata scavata nella montagna da prigionieri paraguaiani degli anni 30, è lunga circa 60 km e parte da un’altezza di circa 4600 mslm, per arrivare ai circa 2000 di Coroico. Da circa 10 anni ne era stata realizzata una nuova ma prima era l’unica strada di collegamento che giornalmente veniva battuta da bus, camion, moto e auto. Caratteristiche salienti: corsia unica, non asfaltata, terribilmente stretta, ricca di spaventosi strapiombi senza protezione, i mezzi a due ruote avevano l’obbligo di percorrerla mantenendo la sinistra (il lato scoperto), ed aveva registrato centinaia di morti. In definitiva: era considerata una delle strade più pericolose al mondo.

Dopo circa un’ora di guida erano cambiate le condizioni: mi ero trovato dentro una nebbia fitta, i bei panorami erano svaniti assieme al sole per lasciare spazio ad uno scenario cupo. La visibilità era ridotta a un centinaio di metri, la vegetazione che prima sembrava accogliermi ora sembrava quasi ostile e pur non avendo idea di dove mi trovassi sentivo che l’ingresso era vicino; e così era. A ridosso dell’ingresso troneggiava un cartellone “Bienvenido al Camino del la Muerte, conserve su izquierda”. La strada era in discesa ed anche qui la visibilità era ridotta. Finalmente ero dentro! Se scrivessi che sono andato in Bolivia attratto principalmente da questa strada non direi una bugia. Come il Paso de Agua Negra (tra Cile e Argentina) queste strade impossibili e pericolose suscitano in me un fascino ed un’attrazione indescrivibile. Mentre mi addentravo la tensione si scioglieva per essere sostituita dallo stupore. Il Camino è una strada magnifica; è strettissima ma si snoda in mezzo ad una natura quasi intatta. Dal lato sinistro lo strapiombo, prolungato dal panorama che via via si palesa, sul lato destro la montagna con ruscelli, cascatelle, alberi e migliaia di altre piante che in diversi punti erano in mezzo alla strada. Anche la frequenza delle croci era impressionante, lungo il percorso erano disseminate ovunque a ricordo delle numerose vittime.

 

La presa di coscienza di quanto possa essere pericoloso il Camino l’avevo avuto fermandomi a una curva molto stretta che dall’altro lato lasciava vedere il resto del percorso. Dalla strada non ci si rendeva bene conto di quanto fosse alto il dislivello con il fondo valle e di quanto fosse ripido. Da quell’angoletto invece si poteva ammirare questa sottile linea bianca che solcava il lato della montagna, come se fosse stata appoggiata lì. La sensazione che spesso provavo era di instabilità, in molti punti sembrava che la strada potesse franare completamente da un momento all’altro. Mi chiedevo come facevano a percorrerla mezzi pesanti e cosa facevano quando si incrociavano considerando che ci passava giusto una macchina e in alcuni punti nemmeno quella.

Avevo proseguito il cammino fino alla fine dove era stato allestito una sorta di check point per il pagamento del biglietto d’uscita. Gasp! Il biglietto; ormai il Camino era diventato una giostra per turisti temerari che con pochi pesos possono provare il brivido del pericolo.

Il giorno successivo ero ripartito alla volta di Potosì, circa 650 Km che non avrei percorso in un unico giorno; l’idea era di fermarsi dove capitava, sperando di avere un tetto sulla testa.

La nuova strada era una delizia e per non imbottigliarmi di nuovo nel traffico di La Paz avevo optato per una “scorciatoia” che qualche km prima di La Paz deviava tra le montagne e dopo un paio d’ore ero riuscito ad immettermi sulla strada per Potosì e, sempre sull’altopiano, avevo attraversato i paesaggi desertici testimoni della Dakar. In serata ero arrivato a Challapata.

POTOSÌ E LA MINIERA

Al mattino mi ero rimesso in marcia verso Potosì. Circa 200 km di curve gustosissime che si snodavano nel brullo paesaggio andino a circa 4000 mslm. Raggiungevo Potosì, la città più alta del mondo con circa 4067 mslm, poco dopo l’ora di pranzo. Mi ero messo subito a cercare un tour operator per la visita alle miniere del Cerro Rico, la montagna che troneggia sulla città che è anche uno dei giacimenti d’argento più grande del mondo.

 

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