NAZCA E LE LINEE

Era iniziato il tour delle linee di Nazca, solchi scavati nel terreno le cui caratteristiche ferrose danno risalto alle figure. Tutto fantastico tranne il volo: il velivolo doveva inclinarsi su ambo i lati per dare la possibilità a tutti di osservare le linee e questo dondolio mi aveva messo sotto-sopra lo stomaco. Il fascino delle linee restava ineguagliabile, soprattutto per l’alone di mistero che ancora oggi permane. Alle 13 circa avevo ripreso la marcia diretto a Cusco, cosciente che avrei dovuto fare una sosta (non prevista) non potendo percorrere tutti i 650 Km. C’era un altro aspetto da considerare: l’altitudine. Uscendo da Nazca si iniziava a salire sulle Ande; sapevo solo che Cusco era situata a circa 3400 mslm ma non avevo idea di quali altitudini avrei affrontato né come avrei reagito. Nei giorni precedenti avevo seguito una breve preparazione, ma il sorochi (mal d’altitudine) era sempre una scommessa. Era iniziata la salita. Con grande sorpresa il manto stradale era in ottime condizioni, senza buche né avvallamenti, una goduria. Dimenticato il sorochi e tutto il resto, avevo iniziato a spingere un po’ e il piacere di guida era stato grande, complice il comportamento impeccabile delle gomme. Avevo fatto diverse strade di montagna ma questa le batteva tutte. Una serie infinita di curve, pochissimi rettilinei, solo curve da fare con il solito stile guida rotondo che impone la Silver Bullet.

Salendo a circa 3000 metri guidavo quasi in mezzo alle nuvole, ora vicinissime, e qualche goccia iniziava a cadere. Come avevo più o meno previsto ero arrivato a Puquio in serata, a circa 3200 mslm senza accusare alcun malessere, solo un senso di spossatezza comprensibile.

Al mattino ero partito alla volta di Cusco, circa 500 km nel bel mezzo delle Ande.

CUSCO E MACCHU PICCHU

Uscito da Puquio la strada saliva ancora; anche qui le condizioni di guida erano ottime, belle curve scavate tra le rocce ed un paesaggio strabiliante. Credo di aver raggiunto e superato i 4000 mslm senza tuttavia accusare fastidi, ero fermamente convinto che in sella alla moto con le endorfine in circolo sarebbe stato impossibile stare male, anche se l’ossigeno era poco. Passato l’altopiano era iniziato un sali-scendi tra foreste e canyon. In mezzo a queste montagne mi sono sentito piccolo piccolo; troneggiavano ai miei fianchi e dopo ogni curva mostravano una notevole bellezza paesaggistica. Se provassi a spiegare l’interiorità di un viaggio sicuramente questi scenari sono quelli che più fanno bene all’anima e la acquietano. In mezzo a quel canyon forse avevo capito davvero il significato della parola bellezza, di come possa farmi stare bene e di come stimoli anima e cuore ad essere sempre curiosi ed a mantenere vivo lo stupore. Non è mai solamente un fatto estetico. La bellezza si può imparare e la si può fare propria. Forse è questa l’essenza del viaggiare.

All’approssimarsi dell’oscurità ero arrivato a Cusco; era ormai sera e dopo qualche tentativo avevo trovato alloggio in un hotel per motociclisti. Entrato nella corte interna con la moto, sgasando davanti la reception, avevo notato con piacere la presenza di altre moto, quasi tutte Triumph Tiger. Il turismo di Cusco gravita intorno a Macchu Picchu e quindi in pochissimo tempo ero riuscito ad organizzare il tour per il giorno successivo.

L’indomani sveglia prima dell’alba, viaggio di trasferimento ed appena entrato mi si era presentato uno dei siti archeologici più belli del mondo. La bellezza che mi aveva invaso appena entrato era fortissima; la piccola città costruita in cima ad una montagna però non era il solo elemento che mi aveva lasciato a bocca aperta; questa infatti era incastonata nel paesaggio circostante fatto esclusivamente di montagne. Ovunque si volga, lo sguardo era riempito dai monti colorati di verde e maestosi; al Macchu Picchu l’orizzonte non esiste, passeggiando tra le rovine ci si sente piacevolmente imprigionati da queste cime, che trasmettono anche un senso di protezione.

Ero rientrato a Cusco verso sera e all’hotel avevo incontrato i motociclisti brasiliani, con cui avevo scambiato due parole sul viaggio. Parlando del Camino de la Muerte, già percorso da loro, mi raccomandavano di tenere la sinistra, in quanto uno di loro era caduto, fortunatamente senza conseguenze, dopo aver incrociato un’automobile. Impossibile pensavo. Quella strada ormai non viene più percorsa da anni avendo a disposizione quella nuova, asfaltata e infinitamente meno pericolosa. Non avevo chiesto altro; ero andato a letto, ripensando al Camino che di lì a qualche giorno avrei percorso.

Il mattino seguente partenza per Puno, lago Titicaca, 380 km sull’altopiano.

 

PUNO E LA FRONTIERA CON LA BOLIVIA

Da Cusco avevo iniziato a calcolare i km per gestire la benzina; da qui in poi infatti avrei incontrato solo due cittadine dove sicuramente avrei potuto fare rifornimento ma la distanza tra esse superava i 200 km ed il rischio di rimanere a secco era alto.

Ero arrivato nel primo pomeriggio a Puno, una cittadina graziosa che si sviluppa sulle rive del lago Titicaca, il bacino d’acqua più grande e più alto del sud America e dalla cui penisola di Copacabana si sostiene sia nata la civiltà Inca. La serata era trascorsa tranquilla tra canti e balli lungo le affollate strade del centro. Il mattino ero ripartito alla volta di La Paz; circa 260 km parte dei quali da percorrere costeggiando il lago, ammirandone la sua immensità. Avrei affrontato anche il primo passaggio di frontiera, salutando il Perù per entrare in Bolivia.

Durante il percorso i miei pensieri andavano alla situazione politica boliviana ed alle tensioni e proteste conseguenti. Ero arrivato alla frontiera e sbrigate le formalità doganali in poco tempo, gli agenti, affascinati dalla moto, si sono fermati a scambiare due chiacchiere con me rassicurandomi circa la situazione del paese. Era tutto apparentemente calmo ma i blocchi lungo la strada e nelle città si erano moltiplicati per cercare di tenere la situazione sotto controllo prima delle elezioni di maggio.

 

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