Con alle spalle un’esperienza di viaggio in gran parte dei quattro continenti su due ruote, ci sentivamo teoricamente preparati ad affrontare qualsiasi cosa. Quando si è trattato di decidere una destinazione interessante e stimolante per l’anno sabbatico di Cristi, abbiamo votato per l’Indonesia, perché non sapevamo cosa avrebbe potuto attenderci (da qui, l’avventura).
Cristi ha viaggiato in lungo e in largo per tutto il Sud-America, l’India, il Nepal, il Pakistan, il Marocco, ecc. ecc. sempre in motocicletta, in gran parte da sola. Io invece ho viaggiato per strade e sentieri per più di quattro decenni, apportando qualche miglioria qua e là alle mie moto.
Potevamo farcela!


Avevamo programmato di iniziare il viaggio dalla sede indonesiana di GIVI a Giacarta, sull’isola di Giava. Una volta lì avremmo dovuto prendere due scooteroni Yamaha Nmax 155, in quanto avevamo scelto di sperimentare questa nazione insulare “come persone del posto”, basandoci su quello che saremmo riusciti a ricavare dai viaggi all’interno del paese – la stragrande maggioranza degli indonesiani si sposta normalmente in scooter.

Al di là della moto e del fatto che avremmo limitato la nostra avventura alle isole di Sumatra e Giava, questo è ciò che prevedeva il nostro programma. Avremmo sicuramente “improvvisato” e, come talvolta accade, c’era da aspettarsi l’inimmaginabile. Non appena siamo riusciti ad avere le Yamaha ci siamo subito attrezzati come un motociclista – caschi GIVI ed Hevik, giacca, pantaloni con stivali in pelle, ecc. – sembravamo due perfetti occidentali all’avventura, in viaggio per l’Indonesia, in… scooter!
Questa scelta ha creato non pochi problemi in quanto, pur avendo deciso di viaggiare “come la gente del posto”, il fatto che avevamo un abbigliamento che ci esponeva come mosche bianche tra la folla, non ci ha aiutato. Lo abbiamo capito sin da subito, da quando siamo partiti dallo stabilimento di GIVI verso il nord-ovest di Giacarta (sull’isola di Giava) verso la città portuale di Cilegon, da dove avremmo preso un traghetto per Sumatra. A parte la gente del posto, negozianti e passanti, che ci guardavano come se fossimo dei pazzi, si poteva chiaramente capire qual era la “moda locale”: in moto si va con gli infradito e vestiti di tutti i giorni. Non come noi. Quella non era la normalità.

Il percorso doveva essere piuttosto facile, secondo Google Maps, il quale consigliava di prendere l’autostrada a pedaggio Route 1 e in due ore saremmo riusciti ad arrivare al traghetto. Qui è dove il piano ha iniziato a snodarsi. La prima mancanza nella nostra pianificazione non dettagliata è emersa quando ci hanno informato che i veicoli a due ruote non sono consentiti sulle strade a pedaggio/autostrade e che avremmo dovuto percorrere strade interne per tutto il viaggio. Sapendo che il viaggio di due ore fino al traghetto sarebbe diventato di circa quattro ore decidemmo dunque di passare una notte extra nella capitale e poi ripartire. Eravamo al primo giorno di un viaggio di (teoricamente) tre settimane, e ci stavamo già riorganizzando l’itinerario!
Con una mente riposata, il viaggio del giorno dopo prometteva bene. Dopo aver lasciato la locanda ci siamo immersi nella vera città di Giava – infiniti tratti di strade, sentieri, vicoletti e vialetti, mucche tranquille ai lati delle autostrade facevano largo alla marea di moto e motorini (meno di 150cc). Questa è stata, onestamente, una vista inaspettata come inizio del nostro viaggio.

Nonostante le esperienze di Cristi in altri paesi del (più o meno) terzo mondo, anche lei fu colta alla sprovvista dal relativo caos sulle strade rurali del nord-ovest di Giava. Quattro ore di gente furiosa ad ogni angolo della strada, a bordo di qualsiasi veicolo, o a smanettare sulle auto che, salvo alcune rare eccezioni, avevano un disperato bisogno di essere riparate. Motociclisti e autisti sbucavano fuori da tutte le direzioni, con i clacson a tutta birra, visto che i segnali stradali qui non sono visti come “leggi” e “regole”, ma bensì come “suggerimenti” e “linee guida”: ci rendemmo conto di essere finiti in un vicolo cieco. In effetti, entrambi temevamo che questa non sarebbe stata un’impresa alla nostra portata.
Ancora più degno di nota, forse, è la lunga serie di strade tortuose, sconnesse e imprevedibili per arrivare a Cilegon, senza neppure un attimo di pace. C’erano veicoli dappertutto, sempre, provenienti da ogni direzione su una delle strade più trafficate che avessimo mai attraversato. Inoltre, lungo la strada c’erano ininterrotte schiere di case, autobus e camion guasti (di solito riparati sul posto), edifici, recinzioni, magazzini, depositi, officine di riparazione, baracche con cibi e bevande e simili – e neanche un varco per passare. Quando ci hanno chiesto come era la campagna di quella zona, non abbiamo potuto fare altro che rispondere “non ne abbiamo idea”. Non perché non volevamo guardare cosa c’era intorno a noi. Ma perché non abbiamo mai avuto il tempo di togliere lo sguardo dalla strada e avere una vista decente di ciò che ci circondava.

 

Questa estenuante maratona di quattro ore e una traversata di due ore in traghetto ci ha fatto impazzire, ma quello che avevamo notato è che tutte le persone che abbiamo schivato, sotto sotto, sapevano guidare molto bene! Avevano una consapevolezza dello spazio che noi non riuscivamo a concepire, e che vedevamo solo come un enorme caos.
Non c’è stato un solo incidente – non un alterco, una bici caduta, né un camion carico di polli schiantato contro un muro. Non un carrello o un bancone della frutta rovesciato, non un bambino caduto dalla moto in corsa con tutta la famiglia su, niente di tutto ciò. Eravamo assolutamente increduli quando finalmente siamo riusciti ad entrare nella fila per acquistare i biglietti del traghetto – erano già quasi le 4 del pomeriggio.

Alla fine, siamo riusciti ad arrivare al nostro hotel, ed erano già le 9, orario locale. E con questo abbiamo infranto una delle pochissime regole stabilite dai nostri contatti locali: mai guidare dopo il tramonto. Perché? A causa dei “banditi” sulle strade, in particolare sulle strade appena oltre il terminale dei traghetti a sud di Sumatra. A quanto pare, non è affatto insolito che gruppi di ragazzi del posto, disperati, tendano agguati nel tentativo di derubare i pendolari su quella che è l’unica strada in questa parte dell’isola.

Abbiamo dovuto percorrere tutta quella strada da soli, per diverse ore dopo il tramonto ma grazie a Dio ce l’abbiamo fatta. Il resort era bellissimo, faceva parte di un complesso all’interno di altissime mura, al di sopra delle quali c’era il filo spinato ovunque e guardie di sicurezza davanti a un cancello. Al vedere tutto ciò ci siamo resi conto del pericolo che abbiamo corso, anche perché ci siamo messi in vista, come mosche bianche, dove la gente ci vede come turisti ricchi. Abbiamo ingoiato il rospo, e con un respiro di sollievo ci siamo ritirati nel nostro bungalow (piuttosto carino, pagato circa 25 dollari a notte).


Il sole ci ha svegliati in una bellissima terra, anche se un po’ malandata e, dopo una veloce colazione, ci siamo subito rimessi in strada. Speravamo di arrivare sulla costa occidentale in poco tempo, dove la popolazione sembrava molto meno densa e la destinazione era più da… vacanza. Per fare ciò, abbiamo dovuto affrontare giorni molto impegnativi di 5-6 ore di viaggio, e lo abbiamo fatto e, giunti a destinazione dopo dodici ore di guida su quest’isola, dopo aver attraversato terre inesplorate, mare, strade di montagna e zone urbane densamente popolate, arrivammo in un motel che nemmeno esiste, un motel fantasma! Per fortuna, Cristi è riuscita a far funzionare il suo telefono (la rete LTE e 3G era ovunque e funzionava benissimo) e ha trovato il rifugio di un espatriato non lontano da noi, verso la spiaggia. Era tutto prenotato per i prossimi giorni, ma ci ha offerto il suo letto per dormire. Chiaramente, abbiamo accettato di buon cuore la sua offerta.

Sicuramente non era una baracca, ma il rifugio perfetto per un surfista, dato che era letteralmente sulla spiaggia e a breve distanza (a nuoto) dalle mete balneari più ambite. Hanno cucinato per noi ed avevano una infinita riserva di birra ghiacciata(!), e ci siamo rilassati per un paio di giorni in questo piccolo angolo di paradiso.

Qui ci siamo resi conto che quando si ha bisogno di una vacanza dalla vacanza, allora non è proprio una vacanza.
Con questo in mente, abbiamo deciso di gettare la spugna e non andare oltre la costa. Semplicemente non ci stavamo divertendo e sentivamo di essere costantemente a rischio. Solo l’idea di dover tornare a Giacarta sembrava un obiettivo irraggiungibile dopo tutto quello che abbiamo affrontato, ma avevamo voluto la bicicletta, e ora dovevamo pedalare.
Sulla strada del ritorno, che avevamo già percorso una volta, ci siamo ritrovati a schivare un numero infinito di ostacoli. Stranamente, il viaggio di ritorno ci è sembrato molto più pericoloso di quello che ci aspettavamo. Sarebbe bello dire che eravamo riusciti ad adattarci al ritmo della città di Giacarta, ma eravamo lontani anni luce. Completamente e assolutamente esauriti – mentalmente più che fisicamente – non avremmo potuto essere più felici quando finalmente riuscimmo a intravedere il quartier generale di GIVI, dove depositammo gli scooter.

È davvero un miracolo essere arrivati indenni, ma ce l’abbiamo fatta. Anche se è stata un’esperienza straordinaria, non è una di quelle cose da fare due volte nella vita, almeno, non in moto.

(Scritto da Jeff Kardas / Foto di Kardas e Cristi Farrell)

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