I due partono il 17 aprile del 2013, in sella a una Yamaha Ténéré XT660Z, versione 2012, acquistata in Grecia, promettendosi di attraversare i cinque Continenti, da un capo all’altro.
Un viaggio di questa importanza normalmente comporta una meticolosa pianificazione. Invece Manu e Ivana segnano sulla “mappa del pianeta” soltanto 3 punti. Quelli che secondo loro rappresentano gli avamposti irrinunciabili: Uluru in Australia, Ushuaia in Argentina e Deadhorse in Alaska.

 

Sono le regole, piuttosto ferree, a rendere questo progetto differente da ogni altro. Come la decisione di non portare né GPS né mappe; la scelta di risolvere ogni problema o avversità sul posto (l’idea di tornare a casa non è contemplata) e ancora la volontà di non prevedere budget per l’alloggio… confidando ogni giorno sull’aiuto delle popolazioni locali.Manu e Ivana si conoscono sull’isola di Mykonos. Entrambi vendono collanine sulla spiaggia. L’amicizia si trasformò un po’ alla volta in qualcosa di più profondo e così i loro destini si uniscono.
Nelle interviste raccontano di non aver speso tempo a pianificare il loro viaggio (che al momento ha toccato il quarto anno); di essere partiti con una scarsissima esperienza di guida motociclistica e nessuna nozione meccanica.

 

Semplicemente hanno valutato che una “due ruote” faceva al caso loro. Le leggere scarpe da tennis indossate alla partenza li hanno accompagnati per oltre metà viaggio.
Anche durante l’attraversamento delle montagne del Pamir Alay: così alte da entrare in carenza di ossigeno e così fredde da limitare a meno di 100 km ogni loro tappa giornaliera per scaldarsi, asciugare i vestiti, trovare un posto per la notte. Ottocento chilometri in quasi due settimane! Nonostante avessero lasciato le loro generalità al check point gateway dell’esercito, nessuno andò a cercarli. Nonostante fossero totalmente inadeguati ad affrontare una simile situazione i due superarono la prova.
Perché tutto questo? Perché per Manu e Ivana il fine ultimo del loro viaggio era rappresentato dalla conoscenza dell’animo umano. “Non abbiamo mai trovato porte chiuse – ha più volte dichiarato Manu – “Tutti ci hanno aiutato. Anche chi possedeva il minimo indispensabile. Come quando, in India, la famiglia in un piccolo villaggio ci prese con sé. Abbiamo vissuto in una capanna di due stanze: di cui una destinata di notte agli animali, per proteggerli dai predatori. Il capofamiglia, orgoglioso di averci ospiti, dormiva con un occhio aperto… attento a che nessuno rubasse la nostra moto. Al minimo rumore usciva armato di arco e frecce”.

 

Nonostante le cadute e le avversità, i due viaggiatori attraversano l’Asia e l’Australia senza grossi problemi (Nella terra degli aborigeni, uno dei pericoli sulla strada è rappresentato dai canguri, che amano saltare nel fascio di luce dei veicoli che sopraggiungono).
In Sudamerica la fortuna si fa però da parte: Manu perde il controllo lungo una strada fangosa e la gamba di Ivana, sotto il peso della Yamaha, si rompe.
Una sorta di farmacista locale la blocca come meglio può e aiuta i due a raggiungere l’ospedale più vicino… a tre giorni di viaggio dal luogo dell’incidente. Qui un chirurgo la opera e le applica una piastra con nove viti. Il periodo di convalescenza prevede niente moto per sei mesi!

 

Una notizia devastante per i due. Il primo mese lo passano in una famiglia cilena, dove Ivana viene trattata come una figlia. Poi l’ansia di ripartire prende il sopravvento. La coppia si separa di giorno per ritrovarsi la sera. Lui in moto e lei chiedendo un passaggio ai truck che transitano sulla main road. Consapevole del rischio, a soli due mesi dall’operazione, Ivana decide di tornare in sella… senza stivali e con le stampelle a bordo.

 

Lungo la risalita della costa ovest delle due Americhe, esattamente in Messico, qualcuno cerca di rubare la loro moto. E lo fa per due volte nello stesso giorno. Soltanto la fortuna permette ai due di trovare la via di fuga.A questo punto del viaggio, per far “quadrare i conti” Manu e Ivana si convincono a “barattare” la manutenzione e le riparazioni alla moto con presentazioni del loro viaggio ad appassionati e clienti dei dealer contattati. Poi cominciano a scrivere articoli e li mandano a magazine specializzati in Spagna e negli USA. E in questo periodo che vengono a contatto con GIVI USA e la loro Yamaha viene accessoriata ad hoc, permettendo ai due di viaggiare più comodi.

 

I social network si rivelano una grande ancora di salvezza. Due episodi meritano di essere raccontati: ai confini con l’Alaska la moto si ferma. Era andato tutto bene per tre anni. Non ci sono dealer Yamaha nei dintorni ma il problema principale è un altro: il loro modello non viene importato negli USA. L’help lanciato sui social porta i suoi frutti: qualcuno dall’Europa invia il manuale d’uso della moto e un successivo post indica come utilizzare come ricambio il pezzo di una Ford Ranger… Per farla breve, con l’aiuto di un meccanico di motori marini, la XT660Z torna sulla strada.

Ancora Facebook risolve un problema legato ai visti. A Toronto Ivana si rivolge al consolato macedone per avere un nuovo passaporto. Il suo non è scaduto ma non ci sono pagine libere per il visto che permetterà a loro di spedire la moto da New York al Sudafrica. Il consolato risponde picche: non è abilitato a rilasciare passaporti al di fuori della Macedonia. La storia arriva sui social e l’eco che ne risulta è tale da spingere il governo di questo stato a risolvere il problema. Dopo pochi giorni il nuovo passaporto viene ritirato da Ivana direttamente a Toronto.Il grande tour di questi due ragazzi non sembra esaurirsi mai. Dopo aver completato il giro del mondo, a fine 2016 ripartono per un nuovo progetto: l’attraversamento del continente africano. Partiti a ottobre dalla Namibia (la 45sima nazione visitata), attualmente si trovano in Egitto (55simo paese visitato).
Dalla precedente esperienza Manu e Ivana hanno imparato moltissimo e si sono presentati all’appuntamento con uno spirito nuovo. Più concreto, più pronto alla documentazione con la tecnologia necessaria a livello di attrezzature fotografiche e video.

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