Viaggio in moto in Romania per gli amanti delle strade di montagna

 

La meta è la Romania ed in particolare alcune strade di montagna che la trasmissione Top Gear ha messo in testa alla sua classifica di guida sportiva superando addirittura lo Stelvio. Noi viaggiamo col nostro Varadero e ci portiamo dietro il nostro mondo al sicuro in un set completo di Valigie Trekker, non andiamo di certo a correre, andiamo piuttosto a sentirci viaggiatori. A questo scopo l’Est offre una sensazione palpabile di cambiamento subito oltre la Slovenia, perché cambiano continuamente le lingue, le tradizioni, la moneta e questo continuo adattarsi a nuovi scenari fa si che dall’immagine un po’ classica di turista spiaggiato e rilassato, ci si senta viaggiatori.
La moto, più di altri mezzi, aiuta ad immergersi nella popolazione di un nuovo paesino, nella curiosità di un bambino o nell’aiuto e nelle indicazioni di un passante.

La mattina facciamo colazione con una coppa di gelato (già la sera prima non era stato semplice trovare cibo visto che i bar servono solamente da bere) e riprendiamo l’autostrada verso Belgrado. Passiamo la trafficata frontiera di Batrovci a cui arriviamo su un’autostrada abbastanza deserta che diventa improvvisamente coda in prossimità del confine. Capiamo perché da queste parti si calcoli almeno un’ora per passare la frontiera e ci rendiamo conto, ancora una volta, di come l’Est stia cambiando le cose: di come ci sia un tipo di Europa che conosciamo e ce ne sia una parte, molto più estesa, che è ben diversa e non possiamo generalizzare perché Schengen e la libertà a cui siamo abituati svaniscono ben presto.

Una volta entrati in Serbia basta poco più di un centinaio di chilometri per essere al centro di Belgrado.

Ci sediamo sul muro difensivo della fortezza di Kalemegdan e guardiamo verso nord ovest la Sava gettarsi nel Danubio. Proprio lui sarà la nuova direzione da seguire.
Il grande fiume europeo ci regala scorci naturalistici, paesini, spiagge, campi di beach-volley e, finalmente, una bella strada da percorrere in moto. L’asfalto è buono, il traffico inesistente e fino al ponte sul Danubio in prossimità della frontiera rumena con Drobeta Turnu Severin, guidiamo contenti e lasciamo la Serbia con un sorriso da assolato pomeriggio estivo sulle sponde di un fiume immenso.

Sono circa le cinque di pomeriggio ma decidiamo di passare la frontiera per cercare un posto dove dormire. Definirei sconcertante l’impatto col nuovo paese, i controlli sono assurdi, vediamo la polizia rovistare nei bauli delle auto, controllare tra le valigie e aprirne qualcuna a caso. Al nostro turno oltre a controllare i documenti registrano la moto e ci chiedono perché siamo lì e che strade vogliamo percorrere. Noi salutiamo il Danubio e lasciando la leva della frizione mi lascio portare fuori dal piazzale della dogana. Un cartello all’entrata della città indica la strada 67 che porta a Targu-Jiu verso Nord e, complici alcune capre libere che brucano qua e là lungo la strada, ci convinciamo nonostante l’ora che è meglio fare qualche chilometro in più.
Gli 80 chilometri che collegano le due città rumene sono i più particolari e inaspettati del viaggio. Entriamo in Romania e vediamo solamente paesini arretrati, rurali, fogne a lato della strada, animali liberi ovunque e un alto numero di cani randagi. All’inizio, come già ci era successo nell’Albania interna, la povertà fa discutere e parliamo tra di noi di quello col forcone, della signora con la mucca, del bambino a piedi nudi, dei tacchini e delle capre libere per la strada. Poi, in un secondo momento, la povertà fa riflettere, e avanzo in silenzio, a trenta chilometri all’ora, tra gli sguardi che mi fissano come se fossi su un’astronave. Il sole sta scendendo e nell’ultima ora di luce percorro gli ultimi chilometri per arrivare a Targu-Jiu, la popolazione da rurale si fa cittadina e la periferia prima, e le luci del centro poi, confondono la povertà col movimento e col traffico di Dacia.

Siamo arrivati ai piedi dei Carpazi e prima la Transalpina e poi la Trasfagarasan ci cullano fino a più di duemila metri d’altitudine attraversando i monti.
Tra i due valichi (non immaginatevi Canazei tra Sella e Pordoi qui ci sono più di 100 km di pianura) ci fermiamo a Sibiu e troviamo conferma dei consigli ricevuti da amici e Lonely Planet. Il centro della città è caratteristico e sebbene lo giriamo di notte troviamo sempre modo di farci una bella foto ricordo.

La Trasfagarasan ci è sembrata una strada sopravvalutata, un po’ come ha fatto Top Gear definendola The Best Road in the World: abbiamo trovato un fiume di turisti fermi a fotografare il paesaggio, la cascata, la nuvola, il tornante e forse abbiamo perso la poesia del posto. Sicuramente, al di là dell’aspetto estetico su cui è stata valutata, noi come viaggiatori consideriamo anche il contesto in cui è inserita.

Quello che rende speciale la zona sono le leggende e le superstizioni che nei secoli si sono tramandate attorno alla figura di Vlad l’impalatore. Per questo scendendo dalla Trasfagarasan attraversiamo velocemente Curtea de Arges e riprendiamo a salire verso la Transilvania in direzione Brasov. Quale sosta migliore se non Bran, la località turistica sviluppatasi intorno al castello di Dracula. Usciamo di notte a fotografarlo illuminato e pensiamo a quante storie ha generato, a come abbia influenzato la letteratura.

Il mattino seguente ci dirigiamo verso nord-ovest lungo la bella statale che collega Brasov con Sighisoara. Come già ci era capitato per Sibiu rimaniamo stupiti per la sua bellezza e ci sentiamo di consigliarla e inserirla in un tour rumeno. Qui si sente l’influsso sassone, nel nome e nello stile della città e delle fortificazioni. La giornata è uggiosa e stretti nelle viuzze medievali di Sighisoara abbiamo l’impressione di essere nella terra dei vampiri, guardiamo nel punto più alto della città la chiesa ed il cimitero (Biserica din Deal) e capiamo perché la storia di Dracula sia nata in queste terre.

Saliamo nel cuore della Romania, la catena dei Carpazi ormai è un ricordo e rimangono solo verdi colline che ci portano su una bella statale a Targu Mures prima e verso Cluj Napoca poi. Passando per strade secondarie (1J) dopo Gilau ci immettiamo sulla 1F: una strada veramente piacevole che con curvoni e ottimo asfalto supera i boschi settentrionali della Transilvania fino a Zalau.
Questa città non è esattamente “imperdibile” ma salendo qualche chilometro su una collina ad Est si trova Porolissum. Vale sicuramente una sosta perché le rovine romane sono inserite in un paesaggio bucolico e la vista spazia a 360 gradi… non a caso questo era l’ultimo accampamento che ospitasse una legione romana ed era collegato come il resto dell’impero, con una strada fino a Roma.

Lo sguardo si perde a Nord Est, vedo che laggiù comincia l’immensa Russia e provo l’irresistibile fascino della scoperta di inoltrarmi per migliaia di chilometri nella steppa fino a ritrovarmi in Siberia. Torno alla realtà e la mattina seguente ripartiamo alla volta della regione più settentrionale della nazione: il Maramures.
Questa regione, decisamente meno nota delle altre, conosciuta per la tradizione delle chiese in legno, ci riserva una bellissima scoperta. È veramente piacevole guidare lungo queste strade e con continui saliscendi attraversiamo prima Jibou, poi Baia Mare e tra una chiesa e l’altra scendiamo lungo la Val del Mara fino a Sighetu Marmatei, il confine settentrionale con l’Ucraina.

Sul fiume Tibisco finisce il nostro viaggio di andata e nella cittadina di frontiera mi rendo conto che dato il tempo disponibile e la bellezza delle terre attraversate, questa non è la meta del viaggio in moto in Romania, ma è il punto in cui scollini e decidi di ridiscendere, in questo caso, non da una collina, ma per l’Est Europa.
Costeggiamo quindi il fiume verso Ovest, l’Ucraina è davanti ai nostri occhi ma ci teniamo a Sud, fino ad arrivare nel bel paesino di Sapanta, famoso per un cimitero dipinto e per una moderna chiesa in legno che tocca i 75 metri d’altezza.

Lasciamo il paesino e ci dirigiamo verso Satu Mare, dal quale poi entriamo in Ungheria alla frontiera di Petea.
L’Ungheria è piatta e immensa, lo si vedeva dalla cartina ma ora che iniziamo a muoverci entrando da Nord-Est ce ne rendiamo conto. Dopo Mateszalka ritroviamo l’autostrada e kilometro dopo kilometro potrei raccontarvi di boschi e belle strade alpine… ma questa è già la nostra Europa.

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I PROTAGONISTI

Claudio Franchi, nato a Brescia una trentina di anni fa e cresciuto con tanto amore dalla sua famiglia che gli trasmette la passione per le due ruote… ed insieme crescono pure le cilindrate delle moto: Varadero 125, V-Strom 650 e Varadero 1000.
Vive vicino a Bergamo con la compagna Stefania con cui condivide la passione per la moto, che accresce con un Ducati Monster, e per i viaggi in cui lo accompagna come fidata passeggera.

L’EQUIPAGGIAMENTO GIVI CONSIGLIATO

Il trittico di valigie Trekker GIVI ci ha accompagnato in questo viaggio con il suo topcase da 52 litri con cui, unito alle valigie laterali, abbiamo potuto portare con noi molto carico evitando l’effetto vagabondo che si trova su molte moto con sacche e reti legate. Oltre alle valigie due cose hanno completato e fatto la differenza nel viaggio: il cupolino anteriore che essendo più alto dell’originale di 9 cm offre una protezione aerodinamica eccellente e le borse interne delle valigie laterali. Dovendo ogni sera dormire in un hotel diverso non ha prezzo poter estrarre dalla valigia rigida la borsa e salire in camera soltanto con quella.

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