Come ogni anno si snoda davanti a noi un percorso indiano assolutamente da fare attraversando zone sperdute e poco turistiche ma con scenari, vedute, popoli, monumenti storici e riserve naturali sorprendentemente estatiche. Un timido “Perché siete qui?!?” Non è una domanda inusuale, e noi: “Viaggiamo, siamo in vacanza.” E loro sempre un po’ stupiti: “Sì, ma perché?!?
Le località che scegliamo e amiamo visitare vengono toccate principalmente dal turismo locale o regionale ed incontrare 2 stranieri, in moto, senza amici indiani, senza guida, e che per di più vivono in una grande città indiana risulta sempre un po’ bizzarro. Ed è così che la strada diventa il metro di giudizio del mondo e dell’universo stesso perché è la strada, con il suo regolare scorrere, che ci porta attraverso nuovi luoghi, cibi, persone, paesaggi, animali e incontri e, in India, le combinazioni sono pressoché infinite.
Da Chennai in Tamil Nadu (lo stato più a sud del sub continente e nostra seconda casa da 10 anni) fino ai confini con Birmania, Cina e Bangladesh e indietro ancora senza mai prendere la stessa strada a volte prendendo strade che neppure Maps conosce, affidandosi solo alle persone locali e alla fortuna, spinti dalla sete di avventura e da un buono spirito di adattamento.

Siamo pronti per 2 mesi di viaggio e, come sempre, decidiamo di esplorare zone a noi, e a molti, sconosciute. Lasciamo la nostra casa a Chennai alle 4.45 ma nonostante l’ora la megalopoli indiana inizia ad animarsi. Dobbiamo fare 600km per raggiungere Rajamundry, e cosi abbandonare l’autostrada in favore di vie secondarie e di campagna.
L’autostrada in India non è propriamente scorrevole, attraversa intere cittadine e le persone, animali, veicoli passano tranquillamente da un lato all’altro dell’autostrada. E poi si incontrano veicoli contromano, muri di camion puzzolenti che cercano di sorpassarsi per interminabili minuti, mucche (ma anche cani, cervi, bufali, cavalli, asini, capre, ecc.) che pascolano tra i divisori stradali e con noncuranza attraversano l’autostrada o ci si fermano in mezzo.
Inoltre, molte volte vi sono dei lavori in corso e di conseguenza deviazioni, restringimenti e tanta, tanta polvere.

Lasciamo Rajahmundry l’alba seguente e ci dirigiamo tra le colline dell’Andhra Pradesh, purtroppo gli alberghi fuori dai luoghi turistici sono penosi, spesso sporchi, trascurati e cari.
Le colline ci guidano dolcemente attraverso le foreste e i villaggi dell’Andhra, Orissa, Chhattisgarh. Entriamo in Jharkhand, stato che non gode di buona fama a causa dell’alto numero di ribelli maoisti, i semplici villaggi di fango e bambù sono meravigliosi e i campi sono rigogliosi e ben curati. La gente è semplice, schiva ma gentile. decidiamo di passare qualche giorno nella hill station di Netarhat, avvolta dalla giungla, dalla nebbia e dalla vita contadina; qui ci godiamo passeggiate e il pittoresco mercato settimanale.
Quando lasciamo Netarhat vediamo i militari delle forze speciali agli angoli delle strade o nascosti tra le pietre e la vegetazione. Ma in Jharkhand nella giungla non si nascondono solo militari e maoisti ma anche antichi templi e forti abbandonati, vestigia di lustri oramai passati.
Entriamo in Bihar ed arriva la pioggia inoltre dobbiamo lasciare le colline e la campagna per un po’ perché dobbiamo attraversare il Gange e ciò è possibile solo in 2 punti. Purtroppo a causa delle forti piogge il fiume più sacro d’India è esondato, fortunatamente riusciamo ad attraversare senza problemi ma la pioggia non ci molla e ci perseguita per giorni. Finalmente raggiungiamo l’istmo Siliguri in West Bengal, ovvero le porte del Nord est. Guidare in West Bengal è forse il livello più difficile di guida indiana perché è ultra popolato, le strade sono strette e super trafficate, e gli autisti, soprattutto di bus, molto aggressivi.
Arriviamo a Guwahati in Assam e lì passiamo qualche divertente giorno a casa di un nostro amico Assamese. Guwahati è una città carina e vitale, il cibo è fantastico ed è un piacere passarci qualche giorno anche per far rifornimento prima di inoltrarci tra le montagne. Guwahati ci lascia con una sorpresa, prendendo la vecchia strada tra le montagne per Shillong (Meghalaya), ci imbattiamo in una tradizionale processione assamese con elefanti, canti, musica, cibo ed acqua. Prendiamo una benedizione al volo e procediamo alla volta di Pynursla, che è un paesino non lontano dalla caotica Shillong.
Una tappa quasi obbligatoria è stato il famoso fiume Dawki con le sue acque cristalline, assalito da orde di turisti diurni e dimenticato la notte. Qui abbiamo trascorso una magica notte in tenda con il fiume al nostro fianco e un fiume di stelle sulle nostre teste. Lasciato il fiume prendiamo una vecchia strada quasi abbandonata che attraversa un paio di minuscoli villaggi, una base militare abbandonata e una vetusta diga.
Immersi nella giungla e nella montagna scivoliamo tra la verzura madida dalla notte precedente; a volte incontriamo passanti (boscaioli o cacciatori) o qualche veicolo. Per entrare in Manipur dal Meghalaya dobbiamo passare per la calda, polverosa, estremante trafficata pianura dell’Assam, per fortuna l’ottimo cibo ci ripaga della fatica.
Il Manipur è bellissimo, selvaggio e con larghe strade, quasi mai asfaltate, che attraversano foresta e villaggi abitati da gente cordiale e curiosa. Ce ne innamoriamo subito. Salendo disabitate montagne si arriva al passo e si apre una pianura circondata da monti e cosparsa di piccoli, ordinati villaggi di agricoltori con risaie che paiono pettinante da un gigante e così verdi da abbagliare con il loro riflesso.


Passiamo qualche giorno sul lago Loktak ammirando le sue acque e i singolari allevamenti di pesci che si trovano al suo interno, per i quali vengono create delle vasche di forma circolare con pareti di fango, pietra ed erba, ricreando cosi uno scenario preistorico.
La vita scorre ad un altro ritmo in Manipur e sul lago pare che il tempo si sia fermato. Qui, grazie al nostro hotelier, abbiamo anche la fortuna di provare ampiamente i piatti locali che sono un ibrido tra la cucina assamese e birmana; probabilmente il cibo migliore di tutto il viaggio.
Ma la strada ci chiama e così ci immergiamo ancora nella giungla, qualche volta vediamo persone e veicoli e quasi dimentichiamo il significato della parola rumore. Questo sarà il nostro habitat per i prossimi 40 giorni.
In Manipur ogni tappa e una sorpresa, a volte brutta. Nel bel mezzo di una foresta di conifere si spezza il portapacchi posteriore. Lo fissiamo alla buona e mettiamo il sacco morbido della Givi tra noi 2 e ci facciamo 30 km di sterrato per raggiungere il villaggio di Jessami. Arrivati a destinazione riusciamo a trovare un saldatore che, in infradito e occhiali da sole, riesce a fissare il portapacchi. La riparazione non è bella a vedersi ma resistente (resiste ancor ‘ora!).
Lasciamo il Manipur per il Nagaland e arriva la pioggia. Il percorso che abbiamo scelto per il Nagaland non ha strade asfaltate, ma solo buche, sassi, e fango, molto fango.
Qui scopriamo l’esistenza di 3 tipi di fango, NORMAL, MEDIUM e VERY MUDDY. Il fango ci rallenta, scivoliamo e ne veniamo risucchiati, il fango è la strada ed ora è anche parte di noi. Avanziamo molto lentamente perciò dobbiamo sostare nei villaggi che incontriamo lungo la strada.
In Nagaland nelle zone rurali, mancano ristoranti e alberghi ma con l’aiuto della popolazione locale e del prete veniamo sempre accolti e sfamati dalle associazioni religiose. A Kiphire per colpa di una frana, di cui nessuno ci aveva informato, rimaniamo bloccati per 2 giorni, fortunatamente la polizia locale ci indica una strada alternativa, non presente su Maps, e ci fornisce la lista di villaggi che dobbiamo attraversare. Ci mettiamo 2 giorni, la polizia sosteneva che dovevamo impiegarne solo 1, e portiamo scompiglio nei villaggi solo chiedendo conferma del nome del villaggio per non perderci. Dopo giorni e giorni di foresta e rari incontri arriviamo a Mon che di primo acchito ci pare una metropoli.

Decidiamo di andare a Longwa, il famosissimo villaggio di cacciatori di teste, disteso sul costone di una montagna che divide la Birmania dall’India; e la vista è sicuramente fenomenale.Dal Nagaland andiamo in Arunachal Pradesh spinti dalla promessa fatta l’anno prima a un caro amico arunachali di passare qualche giorno con lui e la sua famiglia. Vogliamo attraversare tutto l’Arunachal da est a ovest facendo incursioni nelle valli adiacenti. Dopo alcuni giorni di guida e qualche tappa più lunga, arriviamo a Basar dove vive il nostro amico Marge con cui passiamo dei giorni fantastici nei villaggi dei suoi antenati, pescando, camminando, ascoltando vecchie storie, mangiando pollo e verdure cotti in bambù, dormendo in piccole capanne.
È stata una grande emozione quando la donna, con la più bella voce del villaggio, è venuta a cantare per noi illuminata solo dal fuoco.Lasciamo a malincuore Basar per continuare verso ovest e verso zone più himalayane, fermandoci in diversi villaggi. Trascorriamo alcuni giorni di relax e rigeneranti camminate a Sangti. Andiamo anche a Tenzingaon, un villaggio di rifugiati tibetani, a trovare una vecchia coppia di tibetani che ci accolgono con storie, liquore e cibo tibetano. Dopo circa 20 giorni usciamo dall’Arunachal e inizia il nostro viaggio di rientro.

A Guwahati, salutiamo il maestoso fiume Brahmaputra e il cuore ci si stringe perché per raggiungere Chennai ci aspettano quasi 3000km di calda pianura, traffico, polvere, caos, fiumi di persone, lavori in corso ecco perché, in India, la strada più breve, molte volte, è la più dura.
Ogni giorno dall’alba al tramonto Dennis guida, ci fermiamo solo per dormire. Decidiamo di passare qualche giorno nella magica Puri. Puri è una città sacra ed il suo misticismo è contagioso, per noi è il posto ideale per ricaricare le batterie ed affrontare gli ultimi 3 giorni di tough ride verso casa.
Arrivati a Chennai, prima di andare a casa, salutiamo il mare.

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I PROTAGONISTI

Angela e Dennis sono 2 insegnanti italiani di lingue straniere (italiana lei, tedesca lui) che vivono a Chennai, India da 10 anni dove praticano, appunto, la professione di docenti. L’amore per questo bizzarro e variegato paese, che riesce sempre a sorprendere anche i viaggiatori più avvezzi e smaliziati, li ha stregati, ammaliati, posseduti, spingendoli ad esplorare l’India nei suoi angoli più remoti, nei suoi meandri più affascinati e dimenticati.

Ed è proprio questa voglia di scoperta, di analisi quasi chirurgica che li ha portati a diventare quasi dei motociclisti, sicuramente un po’ naif, ma entusiasti per la libertà fisica e culturale e che solo questo veicolo può dare e che li ha spinti a viaggiare in molti altri paesi dell’Asia in Europa, e in Centro America.

I loro viaggi sono creati su itinerari di scoperta e solitamente la strada prescelta è la più lunga, tortuosa, fangosa e dimenticata possibile ma che offre paesaggi e ricordi marchiati nella memoria dal fuoco dell’unicità.

 

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