La minuziosa e lunga burocrazia è andata oltre ogni immaginazione e aspettativa. Quando si decide di visitare la Cina con veicolo proprio è necessario fare tutto tramite una guida, prenotata presso una agenzia di viaggi, per tutta la durata del soggiorno. Inutile dirlo, è un processo piuttosto dispendioso. Per cui abbiamo deciso di affidarci alla guida più veloce: un tour di quattro giorni tramite l’agenzia Kashgar Newland, dal Kyrgyzstan al Pakistan.
Prima di tutto, dovevamo uscire dal Kyrgyzstan. In una situazione normale, avremmo mostrato i nostri passaporti alla dogana, beccato un timbro di uscita e via. Ma al confine cinese non funziona proprio così. Fino ad arrivare all’uscita ufficiale dal paese bisogna passare per almeno due controlli militari, dove è obbligatorio mostrare tutto il materiale contenuto nelle borse e il visto cinese, procedura che richiede il suo tempo e un bel po’ di pazienza. All’uscita dall’ultimo controllo uno degli ufficiali aveva deciso che la nostra videocamera sul casco non era sicura, per cui era da analizzare ed avrebbe esaminato il materiale più tardi. Davanti a ciò abbiamo protestato in maniera accesa e Peter immediatamente lo ha rincorso, attirando l’attenzione degli altri. Alla fine, dopo aver appurato che non ci fosse nulla di “illegale” fummo rilasciati e continuammo con la nostra videocamera.
Solo davanti al confine di frontiera cinese, a 3000 metri di altitudine, con una vista mozzafiato ci rendemmo conto di quanta strada avevamo già mangiato.
La frontiera si aprì, e gli ufficiali fecero segno di entrare. Una volta dentro un uomo sorridendo ci disse: “Salve, piacere di conoscervi. Io sono Abdul, la vostra guida. Seguitemi con le moto”. Lo seguimmo, per strade deserte e desolate, fino ad arrivare ad un enorme complesso, dove, sotto direzione di Abdul, collocammo le nostre borse laterali per la verifica. Nel contempo, i nostri passaporti sarebbero stati ricontrollati. Con le borse in mano ci recammo all’interno, in attesa che venissero scansionate. In quel frangente ci chiesero i nostri cellulari, sbloccati, al fine di analizzare foto e video. Vedere estranei navigare tra le tue cose private è una sensazione davvero strana! Installarono perfino uno speciale programmino-spia per verificare ancora meglio il contenuto. Addio privacy, pensammo! Poco dopo toccò alla moto. Il controllo avvenne in una stanza che sembrava più un enorme autolavaggio a forma di tunnel, nel quale potevano starci anche 5 camion. Incontrammo anche un gruppo di turisti, tra cui tedeschi, austriaci e svizzeri, su un autobus all’uscita dalla Cina. Incontro interessante e un’ottima opportunità per scambiare informazioni. Hanno soprannominato la regione di Xingjang “una prigione ad altissimo livello di sicurezza”, dove le minoranze venivano sorvegliate e imprigionate per qualsiasi cosa “fuori dalla norma”.

 

Una volta terminati i controlli finalmente riuscimmo a ripartire. Le strade erano in condizioni terribili. Per evitare le buche abbiamo dovuto fare slalom più di una volta. La guida ci aveva avvisati che foto e video in questa zona erano proibiti. Infatti, c’erano telecamere in ogni dove. Ai lati della strada c’erano edifici protetti da filo spinato, a mo’ di prigione. All’interno, guardando meglio, alcuni bambini in mini parco giochi. Non siamo riusciti a trovare un edificio più o meno normale da queste parti.
Alla stazione di polizia successiva siamo dovuti entrare per un altro controllo passaporti. Anche le borse laterali della moto sono state nuovamente verificate. Ripreso la strada abbiamo visto altri edifici-prigione come quello di prima, altri mini parchi giochi. Su quella strada così nuova e moderna neanche una macchina. Considerando la smoderata fila di camion al confine – quella scena sembrò molto bizzarra.
Prossima tappa un altro edificio al confine di frontiera, dove la moto sarebbe stata disinfettata, ci disse Abdul. Peter sarebbe dovuto passare attraverso un tunnel dove degli spray speciali avrebbero lavato la moto. Dall’altro lato ne uscì completamente bagnato. Con la nostra moto ben disinfettata ci dirigemmo verso un altro complesso, dove le borse sarebbero stato nuovamente verificate. Una sola volta non era sufficiente, evidentemente! Come se non bastasse, dovevamo tirar fuori tutto ciò che avevamo, una cosa alla volta. Confiscarono le verdure in scatola e i pomodori, in quando è illegale introdurli nel paese. Ancora un altro controllo passaporti, dove una voce automatizzata ci disse, in tedesco, dove appoggiare le mani per la lettura delle impronte. Solo poche settimane prima, nel vicino Tajikistan, eravamo in condizioni totalmente diverse, senza elettricità, e ora un robot ci parla nella nostra lingua. Mentre eravamo ancora sbalorditi, le nostre facce furono scannerizzate.
Una volta fuori, Abdul ci disse di lasciare la moto lì per la notte e riprendere il viaggio l’indomani. Avevamo ancora molte cose da fare, tra cui ricevere una targa cinese e una patente cinese. Ci fu permesso di mettere in borsa alcune cose per la notte. Sulla strada per Kashgar ci aspettava un altro controllo passaporti. Centinaia di scooter elettrici sfrecciavano su un’intera corsia dedicata a loro.
Ci fermammo davanti a un enorme complesso. Una strana sensazione ci pervase mentre entravamo in questo strano, lussuoso edificio. Avevamo trascorso la notte precedente in una yurt semplice e senza riscaldamento. Siccome l’orario in Cina era due ore indietro rispetto al Kyrgyzstan, per noi era già tardi e così decidemmo di fermarci per mangiare. La cameriera non spiccicava una parola d’inglese. Poco dopo ci ritrovammo a ordinare semplici noodles, che si sono poi rivelati essere deliziosi ed una volta in hotel svenimmo dal sonno.
La colazione al mattino seguente era così diversa da quelle delle mattine precedenti: zuppa, noodles, verdure cotte e carne con salsa di soia. C’erano addirittura cose “normali”, come uova fritte, toast e tè.
Ottenere la patente di guida e la targa cinese fu davvero una procedura complicata, oltre che lunghissima. Dopo ore e ore, controlli passaporto a non finire e diverse scansioni facciali, finalmente ci fu permesso ci portare la moto a Kashgar.
Trascorremmo il resto del giorno bighellonando per la città antica di Kashgar, la quale fu demolita nel 2009 dal governo cinese e poi ricostruita completamente. La ragione ufficiale, dissero, era quella di proteggerla dai terremoti. Sebbene ci sarebbe molto piaciuto vedere la città com’era prima, è stato piacevole passeggiare e vedere bambini giocare sulle strade di nuova costruzione nella città antica di Kashgar.
Al giungere della sera vedemmo un’altra moto parcheggiata di fianco alla nostra. Il proprietario, Gerhard, un austriaco simpaticissimo, stava viaggiando dall’India all’Austria. Suo figlio aveva fatto il tratto Austria-India con la stessa moto, e lui stava facendo il percorso inverso. Abbiamo trascorso una bella serata in sua compagnia, scambiandoci non poche informazioni e due risate.
L’idea iniziale era quella di andare a Tashkurgan il terzo giorno e rimanere lì per la notte. La nostra guida ci avrebbe preso alle 10, quindi avremmo avuto il tempo di preparare la moto un’ora prima, così da avere più tempo per la colazione. Eravamo seduti al tavolo con Gerhard e un ragazzo pakistano quando la nostra guida arrivò, sembrava stressato e agitato. Ci disse che saremmo dovuti partire immediatamente perché la stazione al confine con il Pakistan sarebbe rimasta chiusa per i prossimi cinque giorni. Avremmo dovuto fare tutti i documenti e attraversare il Pakistan in un solo giorno anziché due. Il ragazzo pakistano seduto al tavolo con noi prese a protestare immediatamente e disse che non c’era nessun giorno rosso, e che il confine rimane sempre aperto, e che non dovevamo dare ascolto alla nostra guida. Al che la guida iniziò a rispondere per le rime, affermando che il ragazzo non era al corrente di quello che stava accadendo, e che avremmo fatto meglio a sbrigarci. Fu davvero un sacrificio lasciare quel banchetto. Ci facemmo coraggio e andammo.


Di corsa sulla moto, salutammo Gerhard, il quale ci augurò il meglio, e seguimmo la guida. Dopo pochi minuti eravamo alla stazione. Telecamere ovunque, un numero infinito di poliziotti, squadre speciali di polizia e uomini armati tutti intorno. Appena finimmo con il controllo passaporti la guida ci comunicò che il limite di 60 km/ora non si applica agli stranieri e che era il caso di guidare il più veloce possibile. Ci saremmo poi ricongiunti a lui a Tashkurgan, alla stazione di servizio. Facemmo come ci disse, sfrecciando a tutta velocità sull’autostrada verso Tashkurgan. Uno scenario fantastico ci fece da sfondo, e ci pentiamo ancora di non aver scattato qualche foto. Brillanti laghi azzurri e altissime vette innevate ovunque. Addirittura cammelli per strada riuscimmo a beccare.
Dopo poche ore eravamo già a Tashkurgan, ma con il serbatoio vuoto. Alla stazione di servizio una lunga fila di auto era in attesa. Le pompe di benzina in Cina sono zona protette con filo spinato e poliziotti vigili. I cinesi hanno una speciale carta d’identità che devono esibire per entrare in stazione. Ovviamente non avevamo niente di simile e la guida ci disse che era illegale per noi stranieri comprare benzina. Ci provammo lo stesso, indicando le nostre intenzioni ai poliziotti. Ci chiesero i passaporti e ci dissero di aspettare. Con nostra sorpresa, dopo pochi minuti, ci aprirono. Dopo aver riempito il serbatoio parcheggiamo la moto fuori la staccionata, e ci mettemmo ad aspettare la guida. Stando seduti a fianco alla moto non riuscimmo a passare inosservati. La gente era molto curiosa, arrivando a scattare diverse foto di noi e con noi. Ci portare frutta fresca e si dimostrarono molto gentili.
La nostra guida arrivò dopo due ore. Insieme ci dirigemmo verso il confine ufficiale, non lontano. Ancora una volta, c’era da aspettare. Una volta entrati parcheggiammo la moto e svuotammo le borse per l’ennesima volta. La guida ci disse che il confine di stato rimane normalmente chiuso a quell’ora e che vennero ad aprirci solo per far entrare noi. Ci disse inoltre che c’era da aspettare altri motociclisti, almeno quattro ore. Nessuno iniziò a lavorare fin quando non arrivarono tutti. Un’ora più tardi erano già tutti lì. Gli altri entrarono, con aria alquanto stressata. I tre canadesi e il ragazzo spagnolo hanno subito la nostra stessa sorte, essendo avvisati last minute che il confine sarebbe rimasto chiuso nei prossimi giorni. Tutti insieme passammo al controllo passaporti. Vedendoci parlare ci richiamarono al silenzio e all’attenzione alquanto bruscamente. Dopo i documenti, era il momento delle moto, le quali dovevano essere posizionate per essere scannerizzate, insieme alle nostre facce. Dopo di che, partimmo liberamente. La nostra guida ci consigliò di fare i restanti 120 km fino a Khunjerab in una sola tranche, senza fermarci né fare foto. E così facemmo, partendo alla volta del confine asfaltato più alto al mondo. Lo sfondo ancora una volta mozzafiato e l’aria si faceva sempre più fredda man mano che proseguivamo. Il sole era già tramontato.
Arrivati al confine militare, esibimmo per l’ultima volta i passaporti. Al lascia passare ci sentimmo liberi, di nuovo. Entrando in Pakistan fummo subito accolti con un “Benvenuti in Pakistan! Starete morendo di freddo. Vi va del té?”

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