In ogni periodo della nostra vita ci sentiamo ispirati e attratti da qualcosa, qualcuno o qualche luogo in particolare. Agli attori è concesso di assumere ruoli differenti, il comune mortale può vivere il “proprio film” attraverso la magia offerta dal viaggiare. A me è successo nel 2016: mi sono sentito un po’ Marco Polo, forse complice il fatto di essere nato a Venezia, e ho deciso di intraprendere un viaggio lungo l’antica via della seta, attraverso la Grande Russia e di seguito Kazakistan, Uzbekistan, Tajikistan e Kirghistan. Organizzare quest’avventura non è stato né facile né veloce: la via a Sud, inizialmente scelta, mi avrebbe portato ad attraversare Turchia, Iran e Turkmenistan… le difficoltà burocratiche e le lungaggini legate all’ottenimento del visto turkmeno mi costrinsero a puntare a Nord, attraverso la Madre Russia.Con la storica e amata Transalp 650 lascio l’Italia a fine luglio e velocemente attraverso Austria, Repubblica Ceca e Polonia. Giunto in Bielorussia mi accorgo che intorno a me qualcosa cambia: mi sto lasciando alle spalle il “benessere” e la tipica occidentalità europea che conosco. L’entrare in questo Paese mi fa sentire parte di una cartolina vista e rivista molte volte sulle riviste o in televisione. Qualche macchina un po scassata o di fattura tipicamente sovietica mi accompagna lungo una strada costellata da cartelli scritti esclusivamente in cirillico. Il mio percorso mi porterà a Mosca per poi deviare a sud, verso l’Asia centrale.Trascorro la notte ospite di un’anziana signora e riparto presto la mattinata successiva per macinare un buon numero di chilometri nel corso della giornata. La strada corre veloce: fondo ottimo e immense distese di campi coltivati; i paesini incontrati lungo il percorso sono caratterizzati da monumenti che celebrano la vittoria sovietica nella Grande Guerra patriottica ovvero la Seconda Guerra Mondiale. Giungo nel pomeriggio a Mosca, dove visito la basilica di San Basilio e la Piazza Rossa.Nei giorni seguenti la rotta verso sud mi porta a Volgograd (ex Stalingrado); da lì riparto per Astrachan, attraversando il delta del Volga per poi entrare in Kazakistan. Il paesaggio nel frattempo è nuovamente cambiato; i campi coltivati hanno lasciato posto alla steppa e poi al deserto. Le strade kazake sono letteralmente “demolite”, bisogna guidare con prudenza sopra un manto stradale caratterizzato da vere e proprie voragini. Qualche cammello mi attraversa la strada o semplicemente smette di mangiare, alza la testa e mi guarda. A Beyneu la strada finisce e diventa pista fino al confine uzbeko. Una volta entrato in Uzbekistan procedo verso Khiva, antica città crocevia di scambi lungo la via della seta. Riscontro parecchie difficoltà nel reperire il carburante per la moto: in questa terra le auto usano gas propano e i benzinai non vengono riforniti; addirittura si arriva a rimuovere le pompe di benzina. Riempio il serbatoio affidandomi al mercato nero, che ovviamente vende a prezzi europei.Complici le perdite di tempo in dogana e nella ricerca della benzina… la notte cala prima di trovare un alloggio e io mi ritovo a guidare nel buio più totale lungo una strada comunque affollata: molti gli animali che l’attraversano spesso in modo repentivo, per non parlare delle auto e dai carretti, ovviamente tutti senza luci. Trovo un letto presso una famiglia che gestisce una casa del tè e riesco a riposare qualche ora.Nei giorni successivi, visito Khiva, Bukhara e la più famosa, Samarqanda. Tutte città bellissime, ognuna caratterizzata da monumenti e architetture straordinarie. Khiva appare la meglio conservata e autentica, con grandi e antiche mura a difesa della città; di Bukhara mi colpiscono le piazze e le fontane e infine la mitica Samarcanda, una delle città più antiche del mondo e quella che ha tratto maggior beneficio a livello commerciale, ai tempi della via della seta. Nel 2001 Samarcanda è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Dopo qualche giorno da turista riparto verso il Tajikistan, bellissima nazione confinante con il fascinoso e funestato Afghanistan. Le strade nel Pamir arrivano a superare i 4.600 metri di quota, come l’AK-BAJTAL PASS. Il paesaggio è fantastico: vette oltre i 7.000 metri mi circondano nel corridoio del Wakhan; guido con il fiume Panji sulla destra e i monti afganie dell’Hindu Kush sulla sinistra. Mi sbraccio per salutare i tanti contadini al lavoro nei campi, loro rispondono timidamente con la mano.

La mia “spedizione” si conclude in Kirghistan. L’impatto con questo Paese è forte. Personalmente ho pensato di essere stato catapultato in Mongolia: accampamenti di yurte di pastori nelle valli montane, gli occhi a mandorla tipici del popolo mongolo… Rimando affascinato dal caravanserraglio di Tash Rabat lungo la strada per il Torugart Pass che porta in Cina. Costeggio il confine caratterizzato da tralicci in legno con il filo spinato, eredità di epoche passate.

Dopo aver viaggiato per un intero mese entro a Bishkek, la capitale kirghisa. Qui mi separo dalla mia Transalp, che affido ad uno spedizioniere. Ci rivedremo a casa. In questo viaggio ho percorso circa 10.000 km, ho incontrato persone umili e amichevoli, tutte desiderose di conoscere il mio mondo; ho visto posti che ancora mi riempiono gli occhi, vissuto per giorni a quote superiori ai 3.000 metri, arrivando a sfiorare i 5.000. Ho usato benzine a 80 ottani e mi sono scontrato con la burocrazia ex-sovietica e con la corruzione.

Ho imparato a superare situazioni non preventivate e a diventare un traveller più esperto. La moto si è comportata benissimo e all’altezza si sono dimostrati il set per i bagagli e i vari accessori di GIVI.

 

VISTI NECESSARI:

  • Bielorussia;
  • Russia;
  • Uzbekistan;

 

PERNOTTAMENTI E PASTI:

Ho dormito prevalentemente in piccole guesthouse a conduzione familiare o strutture per backpackers; i prezzi sono economici e comprendono sempre la colazione e svariate volte la cena.

Spesso mi sono trovato a essere l’unico ospite, privilegio che mi ha permesso di interagire con la famiglia ospitante.

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