Parto alla volta del Tagikistan il 25 di luglio, con l’intento di essere di ritorno a casa per fine agosto.
Slovenia, Ungheria, Ucraina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e ancora, Kazakistan, Russia, Ucraina, Ungheria, Slovenia, sono le nazioni da toccare per compiere questa nuova esperienza sulla Pamir Road, in Asia Centrale.
La mitica “Pamir”, la seconda strada internazionale più alta del mondo dopo quella del Karakorum, parte da Dushanbe, capitale del Tagikistan e arriva seguendo la M41 ad Osh, città del Kirghizistan. Il suo percorso si snoda lungo l’omonimo altipiano salendo fino a una quota di 3.000, 3.500 m, per poi innalzarsi ancora, fino ai 4.655 m del famoso passo. Questa arteria è “normalmente” dissestata (l’off road è di casa da queste parti), vittima di frane, smottamenti, terremoti, valanghe e fiumi in piena. Nei primi Anni 30 del secolo scorso fu in parte asfaltata, ad opera dei russi, ma da allora mai propriamente conservata e manutentata a dovere. Al massimo viene ripristinata in caso di reale interruzione, pur essendo l’unica strada del paese a collegare la regione del Gorno Badakhshan, molto spesso abbandonata al proprio destino. Percorrerla, è un’esperienza unica, come lo è l’altitudine di queste montagne, che tra cime scoscese, paesaggi brulli e dall’aspetto lunare, lascia veramente senza fiato. Qui entra in gioco anche il fattore solitudine, unito al tempo stesso all’eccitazione di vivere per alcuni giorni in luoghi desolati, scambiando per lo più radi contatti con la gente dei pochi villaggi sparsi lungo il percorso, o magari con camionisti sfortunati, costretti a soste forzate di giorni e giorni a seguito di incidenti o rotture meccaniche.
Sfioro per un centinaio di chilometri il confine afgano, lungo un tormentato, violento, impetuoso e limaccioso fiume, che sembra messo lì apposta per dividere i due paesi; il confine cinese, invece, è semplicemente oltre lo steccato di legno e filo spinato; due metri mi separano dalla Cina… ma non lascio la strada: da queste parti è meglio rimanere al proprio posto.
Parecchi i giorni di viaggio, per arrivare e assaporare questi luoghi estasianti. Distese smisurate di girasoli su campi infiniti in un’Ucraina dall’apparenza tranquilla; boschi a perdita d’occhio e sconfinati campi di grano nelle infinite pianure della Grande Russia; deserti, steppe, aridissimi pascoli e città hollywoodiane invece nelle piane sterminate del Kazakistan, e poi, c’è l’Asia, quella vera, con i bazar di Tashkent o di Dushanbè, le sete, le spezie, le ceramiche, gli odori, i profumi, i colori, i sapori, le persone che ti accolgono, ti salutano e ti sorridono con i loro occhi a mandorla … Davvero un altro mondo.

La moto, anche questa volta, è stata la piccola Kawasaki KLE 500, una media cilindrata di poche pretese, di sicura affidabilità e semplicità, preparata all’occorrenza e allestita con il meglio degli accessori presenti sul mercato. Quelli che da anni ormai mi accompagnano in svariate avventure; sono dell’idea che alla buona riuscita di un viaggio, soprattutto se in solitaria, concorrano borse, valigie, pantaloni, giacca, stivali, casco, tenda, sacco a pelo, ecc. un set da valutare sempre con grande attenzione.
16.000 chilometri in 37 giorni, con pochi contrattempi tecnici, risolti sul posto, e tante, tantissime emozioni, e ancora fatica, stress e pure paura, paura di cadere ma non di altro. Soprattutto cadere nelle lande disabitate lungo gli sterratoni della Pamir, perché la moto – a prima vista – appariva troppo carica anche con lo stretto indispensabile per un viaggio così lungo e dalle tante variabili.
Arrivare in queste terre lontane, partendo da casa, guidando un giorno dopo l’altro, percorrendo un chilometro dopo l’altro, superando un confine dopo l’altro… ha reso questa esperienza più autentica, completa: una vera conquista. Un’esperienza decisamente unica e alternativa, nata da un pensiero, un’idea, una semplice curiosità, ma anche un’esperienza di vita importante, che mi ha permesso di conoscere e scoprire popoli, culture, costumi e un altro angolo di Asia.
Ho visto luoghi incantati, sospesi tra terra e cielo, villaggi di confine in luoghi dai nomi esotici, fatti di gher o di fango, paglia e sterco, che appaiono come miraggi. Ho viaggiato su strade che si perdono all’infinito tra creste di montagne ricoperte da ghiacciai perenni, ad altitudini per noi impensabili da raggiungere in moto e altipiani a 4.000 metri circondati dal nulla assoluto, che racchiudono laghi magici.
Ho scattato migliaia di foto e videoripreso per ore, ma per comprendere le emozioni che si vivono in un simile viaggio c’è una sola strada percorribile: quella di mettere da parte tutte le paure e gli stereotipi e partire, lasciare il porto sicuro alla volta di luoghi sconosciuti, alla scoperta di momenti straordinari e di sorprendenti contatti con popolazioni così lontane, ma non per questo così diverse.

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