Immaginate di rotolare, ecco, questa è la visione che meglio si addice all’inizio di questo avventuroso viaggio. Reduce da anni di viaggio estremo in bicicletta, nella primavera del 2019, a causa della schiena malconcia e dell’impossibilità di contare solo sulle mie forze per scoprire il mondo dentro e fuori di me, decido di mettere un motore alle mie ruote.

Un bicilindrico Giapponese vecchio di 30 anni da 600cc di cilindrata e 50 cavalli di potenza mi sembrava la soluzione più interessante. Trovando una Honda Transalp del 1993 vicino casa ho deciso di farla modificare e renderla il più possibile “desertica” per il viaggio che da anni girava come una mosca impazzita nella mia testa. Arrivare a Timbuktu, in Mali, dal nord del Marocco lungo il conteso e belligerante Sahara Occidentale, giù per la inesplorata e poco nota Mauritania fino al paese più interessante del Sahel: il Mali. Il nome anticipa il fascino di luoghi raccontati nelle fiabe dove non mancano mai i predoni del deserto, improbabili personaggi e misteriose storie.

Dopo incomprensioni e litigi con un meccanico pazzo, sono partito il nove dicembre con due mesi di ritardo rispetto al previsto: erano cambiati il clima, le condizioni e le carte in tavola, ma la mia idea, non era affatto mutata. Il Mali mi attendeva più di prima.
La manna dal cielo è stata avere il supporto fondamentale di Givi, ricevuto grazie a Matteo, amico da tempo e del professionale Mario al quale era piaciuta la mia idea, la disponibilità nei miei confronti è stata ai massimi livelli e ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno in tempi record e in modo impeccabile.

Dopo una fredda mattinata per raggiungere il porto di Genova, mi imbarcai a notte fonda in direzione Tangeri. La coda infinita di cittadini Marocchini con le auto strapiene, che rientravano a casa per trascorrere l’Inverno salutando le proprie famiglie, mi diede subito la sensazione di attraversare, non solo un mare, ma un altro continente. L’Africa. Sul pontile, al freddo e con la moto carica come un mulo nel vecchio Far West, incontrai una figura che per tutto il viaggio si dimostrò un compagno di avventure e un maestro di fuoristrada delle due ruote: Alberto, sessantenne dal fisico d’acciaio con il suo poderoso Ktm 690 in kit Rally Raid estremo, da subito una figura mitologica. Libia, Niger, Tunisia, Mauritania e decine di volte il Marocco, un veterano che incarnava lo spirito puro delle Dakar anni 80-90. E proprio lui, di li’ a poco m’avrebbe insegnato tutto quello che oggi posso dire di conoscere sul sopravvivere nei viaggi in moto off road, dal calcolare le distanze all’uscire dalle tremende sabbie Sahariane con una moto da 250 kg di peso.

Da subito il nostro spirito fu in connessione, io che volevo arrivare in Mali, lui che voleva scappare dal freddo genovese di dicembre. Non ero mai stato entusiasta nel condividere alcuni tipi di avventure, ognuno ha ritmi e priorità diverse, ma certi personaggi che si possono incontrare vanno tenuti stretti, o era forse solo Dio che mi stava in qualche modo aiutando? Arrivati al porto di Tangeri, io e Alberto, in fretta e furia, sgusciammo via dalla nave.
Sbrigando i documenti al porto, incontrammo una coppia di settantenni Sloveni in moto (prova che non esiste limite di età per l’avventura) che, per qualche giorno, condivisero il viaggio insieme a noi prima che ci dividessimo.

 

Alberto aveva quasi tutte le strade tracciate che meritavano di essere percorse, tracce GPS di chirurgica precisione. Evitando fin da subito le grosse città moderne, alcune da far invida alle capitali europee per evoluzione e sviluppo, decidemmo fin da subito di percorrere le zone più rurali, genuine e non battute di questo meraviglioso e indecifrabile paese, ricordando che in dicembre, alle cinque di pomeriggio di ogni giorno il buio c’avrebbe avvolti.

Il paesaggio, in pochi chilometri, passava dalle cime più verdi e fredde a distese piatte e aride, alla costa, ai campi coltivati, alle montagne rocciose.
Incredibile quanto in pochi chilometri questo pezzo d’Africa cambiasse cosi velocemente. Il traffico era scarso, le strade perfette, poche arterie principali e milioni di stradine a tela di ragno. I nomi delle città si perdevano tra i chilometri, Fez, Chafcheun, Ifrane, Erfoud, Boudnib, Ouarzazate, li ricordo per pochi istanti, il mio sguardo in quei luoghi si fermava sui volti della gente. La curiosità e il sorriso dei bambini, la diffidenza e la dignità nazionale degli adulti. Come dargli torno… il Marocco, un paese schiavo dei francesi, degli spagnoli, non ancora totalmente libero dal senso di invasione dell’uomo Europeo.
I ragazzini ad ogni curva ci facevano segno di accelerare ed impennare, con le nostre astronavi. Con il mio completo Hevik Titanium R in effetti mi sentivo spaziale: caldo, freddo, vento e pioggia, mi isolava da tutto. Per giorni e giorni il mio completo termico, non puzzava e manteneva perfettamente la temperatura senza farmi sudare e, nelle peggiori situazioni avrei avuto il completo antipioggia a mantenermi asciutto.
Quelle che una volta, nei primi viaggi in motocicletta erano borse in pelle e canvas cerato con grasso di animale per proteggerle dalle intemperie, oggi, possono trovare degne sostitute nelle valige GIVI Trekker Outback a tenuta stagna. Il solido alluminio, nel mio viaggio, ha resistito alle cadute più gravose. (Tutti i giorni su qualsiasi terreno. Non una piega).
In particolare gli attacchi a sgancio rapido solidissimi, mi hanno permesso di portarle in giro come borse, ma con la sicurezza di una cassaforte, proteggendo tutta l’apparecchiatura foto-video e i documenti sacri come il passaporto e il libretto moto. Sabbia, sale e pioggia assieme sono più corrosivi della benzina.

Dopo qualche giorno d’asfalto per arrivare a Boudnib, luogo dove iniziano le famose piste della Dakar, nelle locande dei piccoli paesi io e Alberto eravamo gli unici a fermarci cercando prezzi popolari, ci interessava solo dormire, dopo una giornata in sella, appena si toccava il letto, si collassava fino la mattina dopo. Le giornate scorrevano con un ritmo ipnotico.
La routine del vestirsi e svestirsi, caricare e scaricare la moto, fermarsi a mangiare lo street food per strada in apocalittiche baracche in mezzo a paesini sperduti, che non erano altro che una manciata di case, in zone in cui il tempo sembrava essersi fermato.
La vita scorre lenta in quei luoghi e, due moto, sono l’unica novità a rompere il silenzio.

Le Dakar Track si alternavano tra sabbia profonda e manto ghiaiato, per centinaia di chilometri senza un riferimento segnalato, qualche sasso per indicare la direzione al massimo. Per noi senza GPS era impossibile orientarsi, diverso era per i pastori e i nomadi che, a bordo dei loro motorini, riuscivano a cavalcare le dune con leggerezza, facendoci sentire un po’ stupidi.
Si fermavano e, imbracciando vecchi binocoli sovietici, avvistavano i propri animali, perlopiù asini, capre e dromedari e ripartivano per fermarsi qualche chilometro più avanti, per poi scomparire nelle stradine polverose. Nelle settimane trascorse, si perdeva la cognizione del tempo, il deserto era così immenso da ipnotizzarmi. I nostri equipaggiamenti ci fecero apparire come alieni, elementi di disturbo al paesaggio, agli abitanti nomadi che timidi ci scrutavano dalle colline. Ci vedevano troppo diversi, forse nemmeno umani.

 

La benzina scarseggiava, la si trovava in baracche lungo la strada, la qualità era cosi bassa da ridurre l’autonomia vertiginosamente, toccava fermarsi per la notte sulle dune a dormire in tenda. lo sbalzo termico del giorno, caldo secco e piacevole si scontrava con la notte glaciale, allietata da milioni di stelle sopra di noi. Il silenzio che si può provare dormendo nel deserto è una sensazione indescrivibile.
Avevo lasciato un lato della moto libero per trasportare più benzina, ma una tanica metallica era più rara dell’oro. Lo sbilanciamento mi faceva cadere spesso ed era pure divertente. In quei momenti, imparai le tecniche più infallibili per uscire dalla sabbia, mentre Alberto leggero come una piuma galleggiava sulle dune rivelando la sua posizione solo tramite l’eco del motore in lontananza. Ci separammo per qualche giorno, lui sulle piste più tecniche, mentre io esploravo i paesini più sperduti.

L’incontro più avvincente di questo viaggio risale ad un giorno di apparente noia, nel quale vidi un uomo con zaino e un cartellino al collo che mi incuriosì. Egli mi rivelò poi d’essere stato, negli anni 80, il campione di boxe d’Africa e che, partito da Casablanca, voleva attraversare l’intero Marocco a piedi per 9000 km. Aveva già percorso metà della strada, senza soldi per scelta, non era povero, ma voleva compiere con solo le sue forze il viaggio, sicuro dell’ospitalità del suo popolo. Il suo minimalismo mise a confronto il mio viaggiare con tutto il necessario e un tipo di viaggio essenziale e intimo che mette in contatto gli aspetti di sé che altrimenti non si vedrebbero. Ricordando i faticosi anni passati a viaggiare in bicicletta mi sentii vicino a lui. Parlammo un po’, io e Mohammed, ci abbracciammo forte con le lacrime agli occhi, sicuri di esserci capiti senza troppi discorsi.
La sua sagoma poi sfumò all’orizzonte, a passo lento, tra gli alberi da frutto e le rocce.

Riunitomi con Alberto realizzammo che avevamo percorso tutto il Marocco, tra le valli più belle, i villaggi più dispersi e le piste Dakariane più famose, arrivando nel Sahara Occidentale, ex colonia Spagnola rivendicata a controllo speciale dal Marocco. Arrivare nel Sahara Occidentale è come cambiare nazione: dal Francese allo Spagnolo, dall’Arabo al Berbero, dalle mille stradine polverose a grosse strade asfaltate che costeggiano il mare in una sola direzione, la Mauritana. La presenza dell’Onu e delle truppe di pace, rivela l’instabilità di questo territorio, uno dei più disseminati di mine al mondo: circa 200.000. I guerriglieri indipendentisti del fronte Polisario da una parte e, l’esercito Marocchino, dall’altra.
I checkpoint della polizia e dei militari si intensificano man mano che si scende a Sud. In pochi chilometri si deve passare al vaglio di polizia, gendarmeria, militari e polizia locale, ognuna di loro corrotta a livelli diversi, ma sempre cordiale e gentile (tranne quando ci hanno multato per un mancato stop ad un semaforo inesistente. Ma si sa, paese che vai, multa che trovi!).

Il clima umido e nebbioso della costa in inverno ci ha fatto letteralmente scappare, abbiamo macinato chilometri a più non posso verso Sud fino a El Aioun.
Passati quasi venti giorni (che sembrano una vita), i miei programmi si stavano modificando. Il telefono stentava a funzionare, la moto dava i primi sintomi di malfunzionamento, i carburatori erano intasati dalla sabbia ed il consumo di benzina pari a quello di una petroliera, mi fecero riflettere sul da farsi.
Io a Alberto, provando ad imboccare una scorciatoia sterrata e polverosa per arrivare al confine Mauritano, risparmiando così centinaia di chilometri tra i vecchi Land Rover color sabbia degli anni 70 che erano ovunque, ci accorgemmo di una macchina fuori contesto che ci stava seguendo dal locale dove avevamo fatto colazione qualche ora prima.

Poco dopo la stessa macchina ci affiancò, proprio mentre stavamo iniziando la scorciatoia nel territorio conteso e sorvegliato dall’Onu. L’uomo alla guida abbassò il finestrino e si presentò come un funzionario del Ministero dell’Interno Marocchino, mettendoci in guardia dall’attraversare quella zona (più che un consiglio sembra una richiesta). Lo interpretammo come un divieto celato da richiesta amichevole e, cambiando itinerario e tornando di nuovo sull’asfalto, iniziai a vedere la possibilità di entrare in Mali sempre più lontana.

Scendere in Mauritania avrebbe voluto dire altri 2500 chilometri di andata e altrettanti di ritorno sulla stessa identica strada, con la moto che dava sempre più problemi. Il limite tra avventura e incubo è molto sottile e per esperienza non volevo superarlo, così io e il mio compagno decidemmo di risalire e posticipare il viaggio verso il Mali. Non ero riuscito a compiere l’impresa tanto sognata e la mia mente si era svuotata, pensavo già a riorganizzare le cose per ritentare al più presto. Il viaggio fino ai confini Mauritani era però stato semplicemente epico. Sulla strada del ritorno tutto scorreva più veloce e meno intenso rispetto alla partenza, i miei pensieri continuavano a rimanere verso sud, verso l’Africa Nera.
Io e Alberto, oltre ad aver visitato il granaio più antico del mondo accompagnati dal vecchio custode, ci fermammo in un altro posto inaspettato: le vecchie miniere Francesi di inizio 900, delle quali oggi rimane un paesino fantasma tra le vallate rocciose, in cui vivono poche persone che preferiscono stare lontane dal caos cittadino ed avere una vita semplice. Un salto nel passato: immaginare che per quasi mezzo secolo un intero paese era stato costruito attorno e per le miniere: le scuole, i ristoranti, il cinema, allietavano la vita dei minatori Francesi a caccia di fortuna.

Questo è stato l’inizio del mio percorso alla scoperta del mondo in motocicletta, che mi ha portato ad esplorare decine di paesi ogni anno. Ringrazio ancora GIVI e le persone che hanno permesso questa collaborazione, fondamentale per la riuscita, anche se in parte, di questa meravigliosa esperienza, sperando di avere anche nei viaggi futuri il supporto di GIVI.

 

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