Mentre programmavamo il viaggio, ci siamo resi conto che per esplorare l’Africa in moto, bisogna avere esperienza e capacità particolari. Per questa ragione abbiamo lasciato l’Africa per la parte finale della nostra avventura. E probabilmente questa è stata la scelta più giusta.
D’altronde l’Africa richiede delle serie capacità di guida e una grande apertura mentale per essere in grado di apprezzare il percorso. Sebbene avessimo scelto di sperimentarci nella parte più facile da attraversare dell’Africa – la costa orientale – siamo stati felici di non esserci recati in Africa direttamente dall’Europa.

Abbiamo deciso di spedire le moto dall’Iran al Kenya. La consegna è pervenuta con un ritardo di due settimane, arrivando precisamente durante le vacanze di Natale. Temevamo che la consegna sarebbe rimasta bloccata a Mombasa fino alla fine delle vacanze natalizie, dal momento che il Kenya è cattolico e celebra il periodo del Natale e Capodanno con un certo fervore.
Fortunatamente e per puro caso abbiamo incontrato Yusuf – l’agente della compagnia di spedizioni che ha accettato di aiutarci a portare le moto fuori dal porto il più presto possibile.

Nel giorno in cui il nostro container venne scaricato, ci mettemmo ‘’a lavoro’’ alle 6 di mattina, e ci volle un giorno (intero e molto lungo) per metterci in moto sul suolo africano! Appena dopo la mezzanotte aprimmo finalmente il container e guidammo le nostre moto via dal porto.
Evitando ulteriori ritardi, ci avviammo il mattino seguente in direzione ovest – allontanandoci dal calore e l’umidità stancante dell’Oceano indiano e verso la terra dei contrasti. Rimanere imbottigliati nel traffico keniano nelle periferie di Mombasa è stata un’avventura a sé stante. I pedoni, i motoveicoli, gli animali che pascolano in libertà, le automobili, i camion, gli autobus e i famosissimi taxi minibus Matatu (che in Kiswahili significa ‘in tre’, dato che i minibus hanno tre sedili per fila, ma in realtà è difficile dire quante persone, galline o capre si possa incastrare per fila), rendano il processo di guida nell’area come minimo avventuroso. Oltretutto, dal momento che il Kenya è stato il primo paese in Africa che abbiamo attraversato in moto, deve essere stato un puro caso essere riusciti ad attraversarlo nei primi giorni senza avere alcun problema.
Dopo esserci abituati alla direzione del traffico e alle molteplici e specifiche regole della giungla, guidare sulle strade del Kenya non ci sembrò più troppo caotico o difficile, anche quando venivamo spinti fuoristrada dai folli guidatori di autobus che ignoravano completamente la presenza delle nostre moto, o dai guidatori di auto motivati a sorpassare automobili e trattori in fila davanti a loro.

Il nostro primo assaggio del suolo rosso vivido africano è accaduto sulla sezione di strada non asfaltata da Maungu, attraverso il monte Kasigau e verso Mwatate. Le dita di una sola mano non sarebbero sufficienti per contare le cadute delle moto sulla sabbia sottile. Il problema è che il fango africano è molto scivoloso e appiccicoso quando è umido, ma quando è molto asciutto può trasformarsi in sabbia sottile…Nonostante tutto, abbiamo tirato su le bici ogni volta senza troppe lamentele – eravamo motivati- ERAVAMO ARRIVATI NELL’AFRICA VERA! E continuavamo a guidare mentre fischiettavamo le melodie della colonna sonora del ‘Re Leone’ di Walt Disney.

 

La principale autostrada keniota che connette Nairobi, la capitale, con la città porto di Mombasa, continua verso l’ovest fino al parco nazionale di Tsavo, dividendo il parco in due parchi a sé stanti: lo Tsavo Orientale e lo Tsavo Occidentale.
Le zebre che passeggiano sui lati del marciapiede in entrambe le direzioni di marcia dell’autostrada dimostrano come la fauna dei parchi sia ricca, rallegrandoci profondamente – quante volte ci sarebbe capitato ancora di guidare le nostre moto accanto alla fauna africana?

Rimanemmo a Nairobi per qualche giorno per celebrare la vigilia di Natale con la comunità locale di espatriati sudafricani – anche loro appassionati motociclisti. E così cominciammo il 2018 guidando le nostre moto procedendo ad ovest nel Kenya – in direzione del lago Naivasha, successivamente tornando indietro leggermente verso il monte Kenya, e poi attraverso le verdissime lande della montagna Aberdare continuammo ancora verso ovest verso il lago Nakuru, e successivamente verso una città chiamata Eldoret. Dopo aver speso alcuni giorni in questa città con altri lituani, continuammo a guidare fino ad Iten – la città del Kenya famosa per i suoi corridori professionisti. Attraversando la città non si può avere nessun dubbio su quale sia il motivo – ci sono moltissimi atleti che si allenano dovunque!
La discesa nella Rift Valley non fu solo pittoresca, ma anche incredibilmente calda! La temperatura si innalzò da circa 20 gradi centigrade a molti più di trenta in solo 15 minuti! Ma la possibilità di comprare manghi e avocadi freschi compensò di quella orrenda sensazione di essere stati ‘marinati’ nel nostro stesso sudore all’interno delle nostre attrezzature di guida. Riempimmo tutto lo spazio disponibile nelle nostre valigie di frutta fresca, prima di proseguire verso il lago Baringo, dove gli ippopotami del luogo ci salutarono cordialmente, ed evitarono di disturbare il nostro riposo mentre passeggiavano leggiadramente al chiaro di luna.
Mentre pianificavamo le nostre rotte verso il lago Baringo, ci trovammo a dover decidere tra due opzioni: ritornare ad Eldoret e continuare da lì, o spostarci leggermente a Nord verso Kitale sull’autostrada A! venendo dal lago Turkana. Decidemmo che prendere la rotta verso Nord sarebbe stato più interessante e per un po’ rimanemmo convinti della nostra scelta mentre guidavamo piacevolmente sulla strada Nakuru-Sigor. Ma dopo appena dieci chilometri venimmo fermati da due militari. Dopo aver ascoltato I nostri piani di guida, si guardarono tra loro, ci guardarono…e fecero menzione di una sezione di terra battuta che avremmo incontrato più avanti nel nostro percorso. Ma poi, guardando bene le nostre moto, aggiunsero: -ma dovreste riuscire tranquillamente con questi tipi di moto-. Da questa breve conversazione immaginammo di incontrare una fascia di terra battuta piuttosto ruvida di circa 10-20 chilometri di lunghezza. Nulla di cui preoccuparsi, pensammo, e continuammo sul nostro itinerario. 10 chilometri più tardi giungemmo in un tratto di strada in cui l’asfalto terminava in una deviazione attorno a una montagna rocciosa preparata per farla esplodere e permettere la costruzione di un tunnel. La piccola deviazione risultò lunga ben 100 chilometri! E il tratto era in terra battuta, con salite e discese ripidissime, il selciato di roccia ruvida e pietrisco, sabbia liscia, ciottoli di fiume e selciato attraverso villaggi remoti… ci volle un’intera giornata per raggiungere uno strato di strada civilizzata che ci offrisse di guidare su strada pavimentata invece che attraverso una nube di polvere rossa a 40 gradi.
Passammo due notti a Kitale, riposandoci e controllando tutte le viti e i bulloni – fortunatamente tutto era sopravvissuto ai numerosi rimbalzi sulla terra battuta e sulla roccia senza troppi problemi. E presto fummo pronti per passare il nostro primo confine, quello con l’Uganda. E volete sapere una cosa? Ci sembrò mille volte più strutturato, pacifico e facile che il folle attraversamento dei confini in Sud America! Piacevolmente sorpresi guidammo verso l’Uganda, che inizialmente non ci sembrò molto diverso dal Kenya. Questo perché’ le stesse tribù locali vivono su entrambi I lati del monte Elgon, mentre il confine divide la montagna in due parti uguali per entrambi i paesi…

 

La nostra prima note in Uganda fu’ spettacolare! Arrivammo alle cascate del Sipi – una zona bellissima sui pendii del monte Elgon da cui l’acqua cade da 100 metri di altezza giù nella vallata, e in una giornata senza foschia si potrebbero vedere metà dei territori ugandesi…
Gli Ugandesi sono caotici e un po’ disordinati, ma molto calorosi e amichevoli. Passammo alcuni giorni a Kampala, ospiti di un gruppo di sportivi ed entusiasti motociclisti, che ci presentarono i loro amici e le loro famiglie. Ci fu anche offerta la possibilità di partecipare a un incontro con il Rotary Club di Kampala!

I nostri posti preferiti dell’Uganda sono le cascate del Sipi, l’affollata ma incantevole capitale Kampala ed il lago Vittoria, foce del fiume Nilo ed il più largo lago in Africa. Abbiamo inoltre apprezzato il lago Nkuruba, dove tre diversi tipi di scimmie ci hanno fatto compagnia controllando che le nostre moto non nascondessero deliziose piccole merende per loro:)
In fine, prima di avviarci verso il Ruanda, ci fermammo sul lago Bunyoni. Non solo ci sembrò l’unico lago circondato da terre spettacolari, ma anche la strada per raggiungerlo – e questa volta il suolo rosso africano era imbevuto di pioggia, e le nostre moto scivolavano e slittavano sulle strade curveggianti delle montagne mentre scendevamo verso il lago

Dopo una notte di campeggio sull’erba ben curata delle coste del lago Bunyoni, guardando I pescatori locali galleggiare sulle acque placide de lago di prima mattina, preparammo le valigie prima di partire per il Ruanda. Nel paese le buste di plastica sono vietate, e tutte le nostre buste furono confiscate al confine. Avendo solo alcune buste di plastica rigida nei nostri cestelli che stavamo usando per conservare oggetti personali e che volevamo portare in Ruanda, le nascondemmo in fondo ai cestelli nella speranza che gli ufficiali del confine ci risparmiassero il fastidio di dovergliele lasciare e rimpacchettare le nostre cose così ben preparate. Al confine non ci controllarono nemmeno! Nemmeno dagli ufficiali che ci stamparono i documenti per il pagamento del permesso per le moto – Carnet de Passages en Douane! Lo scopo principale di chiunque fosse in dogana era quello di incassare i 30 dollari statunitensi per i nostri visti e farci passare.

Quindi fummo subito liberi di esplorare il Ruanda.

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