Entriamo in Kazakhstan che è già buio nonostante abbiamo percorso pochi chilometri: la riparazione del cerchio di Arianna ci ha fatto perdere tutta la giornata. I militari della dogana sono gentili e svolgono il proprio lavoro celermente, giusto il tempo di sbrigare le pratiche di immigrazione (al momento non sono necessari visti per l’ingresso nel paese) e possiamo superare la frontiera. La strada ci sbatte subito in faccia le difficoltà di guidare in questo paese: chilometri e chilometri di asfalto irregolare, corredato di buche immense e tratti sabbiosi che spesso ci fanno preferire di guidare appena fuori dalla sede stradale. Al buio è tutto più accentuato e questo delirio si protrae fino a notte fonda, con una caduta di Arianna, per fortuna senza nessun danno, quando ci arrendiamo piantando la tenda su un appezzamento di terra (o meglio dire, di sabbia) a fianco di una casa in costruzione. Non veniamo disturbati fino a mattina inoltrata, quando le ombre di un gruppo di mucche si staglia sulle pareti della tenda. È ora di ripartire, alcune centinaia di chilometri ci separano dal confine con l’Uzbekistan, dove arriviamo solo il giorno seguente a causa del caldo e delle condizioni delle strade. Superare il confine uzbeko (dopo esserci arrivati: gli ultimi 100 chilometri sono tremendi…) richiede una buona dose di pazienza, nonostante i militari siano gentilissimi nel farci accomodare subito. Le procedure e i fogli da compilare sono tanti, lunghi e piuttosto disorganizzati, uniti ad una ridotta professionalità del personale doganale, che continua ad associare le parole “Italia” e “italiano” ad Albano e Cotugno, canticchiando ad ogni nostra compilazione di scartoffie. Il sole è già basso quando varchiamo l’ultimo cancello: eccoci in Uzbekistan! Piantiamo la tenda nel giardino di un ristorante, dopo aver chiesto il permesso, e dopo un bel piatto di pasta col pomodoro pianifichiamo le prossime tappe. Prima Moynaq, con il cimitero di navi arrugginite, ai margini dell’ormai prosciugato lago di Aral, per poi proseguire verso Khiva, Bukhara e Samarcanda, antiche città cui già i nomi evocano tempi grandiosi di carovane e mercati, tra minareti e maioliche. Le temperature desertiche e i venti sabbiosi rendono i trasferimenti quotidiani piuttosto lunghi e sofferti, tanto che sfruttiamo le notti successive nelle comode ed economiche guesthouse disponibili in ciascuna città. Khiva è quella che ci rimane più impressa, con la vita dei suoi abitanti che scorre tranquilla nelle mura della cittadella, come una volta. Turisti e mercanti si mischiano insieme nel bazar senza troppe difficoltà. Bukhara ha subito forse troppi ammodernamenti urbanistici, in un vano tentativo di sembrare occidentale in mezzo alla sabbia e ai cammelli, mai quanto le medresse e i bazar di Samarcanda, ormai trappola per turisti con tanto di biglietto da pagare per accedere alla zona monumentale, una volta nucleo della vita cittadina ma ormai spoglia di qualsiasi tipicità, al di fuori di quella architettonica. Speriamo che i prossimi “stan” tornino a riempirci il cuore di emozione: superiamo nuovamente la frontiera verso il Kazakhstan, non senza qualche complicazione, di rotta verso il Kyrgyzstan!

 

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